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Cosa succede in psicoterapia?

Cosa succede in psicoterapia?

Aggiornato il: 7 Mag, 2026

Cosa succede in psicoterapia? Spesso chi se lo chiede, non cerca una spiegazione tecnica. Prima di iniziare una terapia si vorrebbe capire soprattutto cosa accadrà quando si entrerà nella stanza, o ci si collegherà online. Se si dovrà raccontare tutto subito, e da dove iniziare. Se davvero non c’è giudizio o è solo una formula come tante. Se può esserci posto anche per la confusione, per i silenzi e la fatica di trovare le parole. Ma come ho scritto anche altrove, la psicoterapia è forse uno dei pochi posti rimasti in cui basta portare sé stessi, che è tutto quel che serve. Proprio non ci si aspetta che l’altro arrivi con una visione già chiara delle cose, perché di solito questo appartiene a un momento successivo. A volte si comincia da un vissuto. Una relazione problematica, emozioni taglienti o sensazioni opache ma spiacevoli. Altre c’è un problema che si ripropone nel tempo. Altre ancora si arriva con in mente o sulla carta un’etichetta, che andrà riletta però con i nostri occhi. E si parte da lì, da ciò che pesa di più. E insieme, un po’ alla volta, le cose iniziano a prendere una forma.

Ogni prospettiva terapeutica usa strumenti diversi, e alcuni metodi possono essere più indicati di altri, per ciascuna specifica difficoltà. Ma c’è un aspetto che attraversa ogni buon percorso, e che conta davvero molto. La possibilità di costruire una relazione terapeutica sufficientemente sicura. Un luogo in cui sentirsi realmente visti. Percepirsi nella mente del terapeuta sentendo che molti di quei colori ti appartengono. Altri forse no ma ci incuriosiscono, e altri ancora rimangono da scoprire insieme. In terapia è più semplice tollerare ciò che spaventa. Dare un nome a ciò che ferisce. Poterlo guardare con lucidità, e capire da dove viene, come funziona, e perché è ancora lì. Per scoprire strada facendo, che aspettava solo di poter divenire altro, o anche altro.

Sul prima, cosa aspettarsi?

Fra le domande che accompagnano l’idea di iniziare una terapia, spesso c’è un timore silenzioso che ha a che fare con il giudizio. E forse non riguarda soltanto ciò che diremo, ma il modo in cui verremo guardati mentre lo diremo. Se davvero ci sarà spazio per portare ciò che ci fa vergognare, che temiamo possa sembrare troppo o troppo poco. Se quel “qui non c’è giudizio” sia una verità dell’incontro o soltanto una formula gentile, una di quelle cose che si dicono.
Credo abbia senso soffermarsi su questo. Il giudizio, per un terapeuta, semplicemente non è utile. Non aiuta a vedere meglio. E se non si vede bene come una sofferenza si organizzi dentro una persona, come si è formata, che funzione abbia avuto, e per quali ragioni continui a ripresentarsi, allora diventa molto difficile esserle d’aiuto. Per questo quando il lavoro è serio, lo sguardo terapeutico tende molto meno a valutare nel comune senso del termine, e molto più a comprendere. Cerca il senso delle cose, anche quando quel senso, all’inizio, è nascosto in reazioni che possono apparire eccessive, contraddittorie o difficili da raccontare.

Cosa succede in terapia? la sospensione del giudizio

Ma oltre questo aspetto c’è anche l’esperienza vissuta insieme. Che significa avvicinarsi abbastanza a un dolore da iniziare a scorgerne le origini, e coglierne le conseguenze. Senza semplificarlo o costringerlo troppo presto dentro una spiegazione ordinata. E quando una persona sente che ciò che vive può essere guardato così, con partecipazione e lucidità insieme, allora può iniziare a nascere qualcosa di importante. Una forma di fiducia. La sensazione che lì, forse, per una volta davvero non ci si debba difendere. E che insieme si possa iniziare a capire quale direzione seguire per allontanarsi da quel dolore.

Cosa succede in psicoterapia?

cosa succede in psicoterapiaNoi pensiamo per storie perché siamo costituiti da storie, immersi in storie, fatti di storie, diceva Bateson. Le relazioni e le esperienze che hanno contato di più nella nostra vita non restano ferme nel passato. Continuano a vivere nel modo in cui ci aspettiamo di essere guardati, nel modo in cui ci difendiamo, nei significati che diamo a ciò che accade, e perfino nel tipo di dolore che tende a ripresentarsi. Da lì prendono forma molte convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri, sul mondo. Alcune ci aiutano a orientarci. Altre col tempo, finiscono per restringere il nostro respiro. Possiamo chiamarle schemi, o il nostro modo abituale di stare nella vita.

Anche per questo la terapia non lavora solo sulle idee esplicite, ma su qualcosa di più profondo e spesso automatico. Sul modo in cui sentiamo, interpretiamo, temiamo, cerchiamo protezione. E quando la relazione terapeutica diventa abbastanza sicura, può accadere non soltanto capire meglio ciò che ci fa male, ma iniziare a farne un’esperienza diversa. Meno immutabile, meno inevitabile, sempre meno destinata a ripetersi sempre allo stesso modo.

Schemi, ferite, e altre storie di sé

Quando tutto questo entra in terapia non prende forma in modo astratto, si affaccia concretamente nella relazione. Nel tempo che può servire per fidarsi, nei punti in cui si esita, nei silenzi, nella paura di dire troppo o troppo poco. A volte nel bisogno di sentirsi subito capiti. Altre nel timore di esserlo davvero, perché questo può far sentire più esposti di quanto si pensasse. La relazione terapeutica non è uno spazio perfetto, è uno spazio vivo. E per questo può aver bisogno di tempo, verifiche, piccoli passaggi di fiducia. A volte ci si sente accolti fin da subito, altre si osserva, si aspetta, si cerca di capire se quel luogo sia davvero un buon posto in cui stare. Se si sente che esiste il giusto spazio per le parti più fragili di sé, contraddittorie o difficili da mostrare senza vergogna.

la relazione terapeutica
La relazione terapeutica e le sue fasi

Anche i momenti in cui non ci si sente compresi fino in fondo o può emergere una distanza diventano parte importante del lavoro. Non perché siano facili o piacevoli, ma perché rendono visibile qualcosa. Il modo in cui ci proteggiamo, il punto in cui ci tratteniamo, la rapidità con cui temiamo di perdere il legame o al contrario, il modo in cui tendiamo ad allontanarci. A volte in terapia si possono attraversare anche degli attriti, una delusione, una sensazione di mancata sintonia. E quando questo può essere pensato insieme, nominato, chiarito, allora può succedere qualcosa di molto prezioso. Non stiamo più soltanto parlando del nostro modo di stare nelle relazioni. Lo stiamo vivendo. E poco alla volta, possiamo imparare a viverlo in modo diverso.

Dr Festo Terenzio calendario prenotazioniIl primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.

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