Test Online
Se vuoi, puoi svolgere un test sul trauma complesso online per avere una prima indicazione. Ma per un uso etico, ricorda che un singolo test non costituisce diagnosi. Solo un confronto professionale può fornire maggiori certezze.
Autore: Dott. Festo Terenzio
In quale modo dinamiche di coppia e trauma relazionale si incontrano? Ci sono momenti nella vita a due, in cui ci sorprendiamo delle nostre stesse reazioni. Un gesto, una parola o un silenzio del partner possono farci sentire improvvisamente respinti, inadeguati o in trappola. Evocano scenari dolorosi e familiari, che a volte ci sembra siano le nostre stesse reazioni ripetute nel tempo, a sollecitare. Eppure, anche quando iniziamo a prenderne consapevolezza, spesso finiamo per riproporre quei comportamenti che ci mettono nei guai. Risposte impulsive, richieste eccessive, distacco, controllo o passività.
Controllare l’altro, testarlo, esplodere nella rabbia o ritrarsi nel silenzio sono solo alcune delle forme che questi automatismi possono assumere. Possono sembrare eccessive, sproporzionate, a volte persino incomprensibili. Ma prendono senso se le leggiamo nella prospettiva del trauma relazionale. Nelle relazioni più intime si riattivano spesso ferite emotive precoci, legate a esperienze di attaccamento insicuro, e vissuti infantili di rifiuto, svalutazione, trascuratezza emotiva (neglect) o instabilità. Il partner, in certo grado, può divenire lo specchio di bisogni irrisolti che non chiedono spiegazioni razionali, ma ascolto e protezione.
In questo senso, parlare di dinamiche di coppia e trauma relazionale, permette di scorgere quanto ciò che viviamo nel presente sia il riflesso di modelli affettivi interiorizzati nel passato. Copioni automatici, costruiti per difenderci da dolori profondi, che ci portano a ipercompensare, sottometterci, controllare o fuggire, con l’obiettivo inconsapevole di evitare l’abbandono o la vergogna.
Riuscire a vedere il legame fra alcune emozioni attuali, attivazioni corporee, e memorie relazionali, crea le basi per interrompere il ciclo delle reazioni automatiche. E vivere legami più autentici, in cui il passato non scriva più così tanta parte del presente.
Nelle dinamiche di coppia, soprattutto quelle più stabili o coinvolgenti, è naturale che l’intimità riattivi in noi antichi bisogni, paure e aspettative. In questo senso, può accadere che il partner assuma inconsapevolmente il ruolo di specchio emotivo. Più ci si avvicina, più si entra in territori delicati. Quelli che raccontano chi siamo diventati, nel tentativo di proteggerci dalle ferite del passato.
Chi ha vissuto un attaccamento insicuro o esperienze precoci di trascuratezza, svalutazione o ipercontrollo, può portare nella relazione romantica adulta un timore latente. Quello di non essere amato davvero, o di essere nuovamente ferito. Questa aspettativa, spesso inconsapevole, si attiva nei momenti di vulnerabilità relazionale e si esprime attraverso risposte automatiche: una gelosia intensa, una fame costante di conferme, o al contrario un bisogno di distanza che sembra incoerente. Ma non lo è. Sono strategie di protezione, non tratti di personalità (Mikulincer & Shaver, 2007). In alcune coppie questi cicli possono portare la relazione ad assumere la forma di un legame traumatico difficile da interrompere, perché alterna bisogno e paura, speranza e allerta.
Così, nella coppia, si creano scenari emotivi intensi, dove il partner finisce per incarnare suo malgrado aspetti spiacevoli di figure del passato. Un genitore distante, svalutante, imprevedibile, o emotivamente ambiguo. La relazione attuale diventa allora il teatro in cui si riattualizza una ferita relazionale antica, con ruoli e copioni già scritti. E nel tentativo di evitarla o curarla, in realtà la laceriamo ancora di più. E quella ferita può chiamarsi distanza, sensazione di essere invasi o in trappola, rifiuto, o abbandono.
Comprendere che questi processi sono automatismi del sistema di attaccamento, schemi inconsapevoli e automatici, ci aiuta a spostare lo sguardo verso direzioni per noi più utili. Dal comportamento del partner, alla storia che quel comportamento risveglia in noi. E da qui, a ciò che oggi facciamo credendo serva a non vivere ancora quegli scenari. Non si tratterà più, allora, di guadagnare l’amore con delle strategie, o tenerlo a distanza di sicurezza, ma di aumentare il livello di intimità emotiva, esplorando insieme ciò che ci ha plasmato e ciò che ancora può essere trasformato. Questo è il lavoro di base, che si fa in una buona terapia di coppia.
Quando il trauma relazionale si intreccia con l’attaccamento insicuro, le relazioni diventano il luogo in cui si desidera la vicinanza, ma al tempo stesso la si teme. Alcune persone si sentono invase, soffocate non appena l’altro si avvicina troppo. Altre, al contrario, avvertono un’ansia profonda appena il partner si allontana, come se la distanza equivalesse a un abbandono imminente e probabile.
Questi due estremi, il bisogno di fusione e il timore dell’intimità, non sono indizio di “caratteri incompatibili”. Semplicemente, riflettono strategie emotive acquisite in risposta a esperienze affettive passate, dove l’amore è stato instabile, condizionato o doloroso (Mikulincer & Shaver, 2007). In realtà, molte coppie che vivono queste difficoltà hanno sperimentato momenti di equilibrio, ma in modo instabile o transitorio.
Chi ha interiorizzato l’idea che l’amore vada conquistato, perché non lo si otterrebbe semplicemente per ciò che si è, tende a sviluppare strategie di iperattivazione: controlla il partner, lo mette alla prova, provoca il conflitto per ottenere una rassicurazione temporanea. Al contrario, chi ha imparato che esporsi emotivamente significa essere invasi o rifiutati, può attivare strategie di disattivazione: distacco difensivo, soppressione emotiva, sottomissione o passività (Mikulincer, Shaver & Pereg, 2003).
Queste modalità si alimentano reciprocamente. Più uno rincorre, più l’altro si ritrae. Così si innesca una danza relazionale dolorosa, in cui ciascun partner, senza volerlo, finisce per confermare le paure profonde dell’altro. L’uno teme di non essere amato e diventa ansioso; l’altro teme l’invasione e evita ancora di più. Entrambi si sentono soli, fraintesi, stanchi, ma sfortunatamente non riescono a spiegarselo.
Riconoscere gli schemi di attaccamento alla base di queste dinamiche, nelle loro componenti emotive, cognitive e corporee, è il primo passo per disinnescare il ciclo interpersonale. Il bisogno di fusione e la paura dell’intimità non sono errori caratteriali, ma strategie relazionali adattive, sviluppate per proteggerci da un dolore antico. Possono essere comprese, regolate e modulate. Ma non ignorate.
Quando il sistema di attaccamento viene attivato in modo intenso e prolungato da una relazione affettiva, le strategie emotive adottate per far fronte alla vulnerabilità possono consolidarsi in veri e propri copioni relazionali disfunzionali. Si tratta di risposte automatiche, apprese nel tempo, che tendono a ripetersi in modo rigido e a influenzare profondamente il modo in cui si vive l’intimità.
Uno dei copioni più frequenti è quello della dipendenza affettiva. Si cerca nel partner una regolazione emotiva esterna continua, nel timore inconsapevole che da soli non si valga abbastanza o non si sia degni d’amore. Questo schema si manifesta in comportamenti come la compiacenza, la sottomissione, il bisogno eccessivo di conferme o, al contrario, l’attivazione del partner attraverso il conflitto, nel tentativo di ottenere rassicurazione.
All’opposto, chi ha interiorizzato l’idea che l’intimità emotiva esponga al rifiuto o alla perdita di controllo può adottare strategie di disattivazione cronica: si tengono a distanza i propri bisogni, si svaluta la naturale dipendenza reciproca, si evitano le situazioni emotivamente coinvolgenti. In alcuni casi, questa modalità si esprime anche nel bisogno di controllare rigidamente l’altro o di mantenere il dominio nella relazione, per evitare di sentirsi vulnerabili o invasi (Shaver & Mikulincer, 2002).
Questi schemi, che in termini di Schema Therapy potremmo definire come trappole relazionali apprese (Young et al., 2003), non sono frutto di decisioni consapevoli, ma di strategie adattive nate per proteggere un Sé fragile, cresciuto in ambienti emotivamente imprevedibili o trascuranti. Il problema è che, nel presente, generano proprio ciò che si temeva. Conflitto, distanza, svalutazione, solitudine.
Sospendere il giudizio e riconoscere la natura originariamente protettiva di questi copioni, è lo sforzo iniziale che viene richiesto per iniziare a disinnescarli. Solo così si può costruire una base più sicura e flessibile, dove il legame diventi uno spazio di libertà e non di sorveglianza o lotta.
Se vuoi, puoi svolgere un test sul trauma complesso online per avere una prima indicazione. Ma per un uso etico, ricorda che un singolo test non costituisce diagnosi. Solo un confronto professionale può fornire maggiori certezze.
Quando siamo coinvolti emotivamente, non reagiamo solo a ciò che accade nella realtà della relazione, ma a ciò che crediamo stia accadendo. Una parola detta in un certo tono, un ritardo nella risposta a un messaggio, un cambio d’umore dell’altro possono diventare nelle nostre percezioni segnali di rifiuto, svalutazione o pericolo. E così, il presente viene filtrato attraverso le lenti del passato, e ciò che è neutro o ambiguo viene interpretato come una minaccia relazionale.
Questo fenomeno, ben descritto dalla teoria dell’attaccamento, nasce dal fatto che i modelli mentali che ci siamo costruiti nelle prime relazioni significative influenzano costantemente la nostra attenzione, memoria e interpretazione degli eventi relazionali attuali (Mikulincer & Shaver, 2007). Le persone con attaccamento ansioso, ad esempio, tendono a percepire segnali di rifiuto anche dove non ci sono, perché è ciò che temono di più, e la loro attenzione è selettivamente orientata a monitorare segnali di allontanamento. Chi ha uno stile evitante, al contrario, può interpretare richieste di vicinanza come intrusioni o tentativi di controllo, reagendo con chiusura o svalutazione.
In entrambi i casi, la relazione si complica. Il partner può sentirsi accusato ingiustamente, frainteso, o spinto a difendersi. E in questo modo, le risposte disfunzionali reciproche finiscono per confermare l’interpretazione iniziale, creando un vero e proprio ciclo di attivazione interpersonale. È questo meccanismo, invisibile ma potente, che rende difficile distinguere tra ciò che accade nel presente e ciò che è stato appreso nel passato.
Divenire consapevoli di queste lenti interpretative, significa imparare a mettere in dubbio la prima lettura spontanea. Esplorare l’origine emotiva della propria reazione, e comunicare al partner il proprio vissuto senza trasformarlo in un’accusa. Questo è un buon punto di partenza.
Quando una coppia arriva in terapia, spesso lo fa portando un elenco di comportamenti da correggere, o di problemi concreti da risolvere. Litigi, distanza, incomprensioni, crisi. Ma sotto la superficie, nascoste dalla sensazione di entrambi di conoscere così bene il partner e le sue intenzioni (il famoso copione che si ripete), esistono altre verità relazionali. Bambini da conoscere, che permettono di vedere davvero la parte più vera e viva degli adulti di oggi.
Il lavoro terapeutico non è solo orientato a comunicare meglio, ma prima ancora a fornire a entrambi lenti attraverso le quali potersi davvero vedere. Identificare i cicli interpersonali problematici è una necessità concreta, pragmatica. Attacchi, ritiri, chiusure, limiti imposti e ingiustizie percepite, tutto questo deve poter parlare, certo. Ma smontarli o ridurli, non si fa con le sole parole. Non è attraverso un esercizio di logica pura, o promesse, che si arriverà al cambiamento possibile, e desiderabile per entrambi.
Quei comportamenti che oggi allontanano, piuttosto che riscaldare il legame, nascondono paure perfino più temibili della separazione stessa, che non di rado è alle porte. E allora dobbiamo visitare i luoghi in cui nascono quelle paure, dagli occhi di chi le ha vissute davvero, con le stesse emozioni che hanno graffiato la pelle di chi le ha provate. Tornare in quei momenti, attraverso tecniche che permettono di rivivere memorie, è la vera possibilità. Un’avventura da condividere, la possibilità di una diversa intimità, portare a un altro livello la qualità della relazione.
In psicoterapia questa fase del lavoro si chiama lavoro sulla vulnerabilità storica, e significa occuparsi dei problemi affrontandoli alla base, piuttosto che lavorare su aspetti puramente sintomatici con guadagni in genere limitati.
Accade spesso, in seguito, che per la prima volta si riesca a vedere la sofferenza dell’altro senza per questo sentirsi accusati. A riconoscere la propria vulnerabilità non come debolezza, ma come il risultato di eventi che non si è mai scelto. In quei momenti, il trauma relazionale può divenire condivisibile e smettere di ripetersi in modo così automatico. La terapia diventa così un luogo in cui le dinamiche di coppia, anche le più problematiche, possono essere comprese, trasformate e rimesse in movimento.
Arntz, A. (2012). Imagery rescripting as a therapeutic technique: Review of clinical trials. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 43(2), 699–707.
Arntz, A., & Weertman, A. (1999). Treatment of childhood memories: Imagery rescripting and reprocessing. Behaviour Research and Therapy, 37(8), 715–740.
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2007). Attachment in adulthood: Structure, dynamics, and change. New York: Guilford Press.
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in Adulthood: Advances in Theory, Research, and Applications (2nd ed.). Guilford Press.
Mikulincer, M., Shaver, P. R., & Pereg, D. (2003). Attachment theory and affect regulation: The dynamics, development, and cognitive consequences of attachment-related strategies. Motivation and Emotion, 27(2), 77–102.
Shaver, P. R., & Mikulincer, M. (2002). Attachment-related psychodynamics. Attachment & Human Development, 4(2), 133–161.
Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema Therapy: A Practitioner’s Guide. Guilford Press.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.
Sì, ha molto senso.
La coppia è un sistema, e quando anche solo una delle due persone cambia il modo in cui percepisce, reagisce e comunica, l’intero sistema necessariamente va incontro a delle modifiche sostanziali.
Il lavoro sui propri modelli interni e schemi ha un impatto positivo importante sulla relazione con sé stessi e, per quanto di propria responsabilità, sulla relazione con l’altro in genere. Tuttavia, se la terapia avesse come obiettivo prevalente il benessere della coppia, ciò di solito richiede condivisione e la partecipazione di entrambi.
Non è possibile definire a priori un numero utile di sedute. Tuttavia, nella pratica clinica, i primi cambiamenti nei cicli problematici si osservano spesso entro le prime settimane, quando la coppia riesce a lavorare con continuità e apertura.
Il lavoro iniziale si concentra sulla mappatura delle dinamiche automatiche: chi rincorre, chi si distanzia, cosa accade nei momenti critici, come ciascuno interpreta l’altro. Questo fase dura in genere un paio di mesi, e portare consapevolezza già aiuta a limitare alcuni comportamenti poco utili.
Il modulo esperienziale sulla vulnerabilità storica, se indicato, si colloca più avanti ed è focalizzato: dura in genere poche sedute e viene preparato con attenzione.
Ma la fase più importante e delicata del lavoro, non è nel rompere alcuni schemi disfunzionali, ma nel consolidare i nuovi equilibri nel tempo.
È un modulo esperienziale e mirato in cui si esplorano i ricordi che alimentano i cicli problematici, usando tecniche immaginative di imagery con rescripting per rinarrare l’esperienza in modo più sicuro e riparativo. Non è obbligatorio, è uno strumento tra altri e si usa solo se utile e concordato (Arntz & Weertman, 1999; Arntz, 2012).
No, è una fase circoscritta nel tempo. Spesso si integra nel percorso con pochi incontri focalizzati (di solito 3 – 5 sessioni esperienziali), preparati e seguiti da momenti di stabilizzazione e integrazione. Non si tratta di un’esposizione “a freddo”, si lavora in sicurezza, quando le condizioni emotive lo consentono, e partendo da chiari ancoraggi al presente.
Non si “ri-traumatizza”, si ri-contatta l’esperienza per trasformarla, con una guida clinica, confini chiari e un’opportuna regolazione fisiologica. Lo scopo è ridurre l’attivazione automatica che alimenta i cicli, non amplificarla. In coppia il focus resta la sicurezza di entrambi, e gli interventi sono rispettosi e coerenti con il timing della relazione, cioè con ciò che in un dato momento, è realmente possibile e vantaggioso fare.
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