Nel Disturbo Borderline di Personalità le cause eziologiche primarie, sono in una vulnerabilità emotiva di base in interazione con un contesto relazionale invalidante. Capire come questi due aspetti nucleari interagiscano fra di loro permette di leggere con le giuste lenti la storia della persona, riconoscere un funzionamento tipico, e cogliere la reale natura della sofferenza borderline.
Disturbo Borderline e Vulnerabilità Emotiva di Base
La vulnerabilità emotiva di base riguarda a fattori genetici neurobiologici e temperamentali che rendono il soggetto sin dall’infanzia particolarmente sensibile alle sollecitazioni emotive (Linehan, 1993; Crowell et al., 2009). Si tratta di una fragilità biologica che occupa un ruolo di primo piano fra le cause del Disturbo Borderline di Personalità, e nel mantenimento della sofferenza borderline. Cosa significa vulnerabilità emotiva?
- alta sensibilità agli stimoli emotivi
- alta intensità dell’emozione da essi provocata
- lento ritorno allo stato di calma
Alta sensibilità agli stimoli significa che anche eventi minimi possano determinare nel bambino, poi adulto, una reazione emotiva. Attivarsi emotivamente per eventi che la maggior parte delle persone trascurerebbe provoca ansia, confusione sui propri stati interni, sulla realtà relazionale, autosvalutazione, colpa, vergogna, rabbia, comportamenti disfunzionali e reazioni spesso invalidanti da parte dell’ambiente.
Vivere le emozioni con notevole intensità pone in una condizione di continuo rischio per la difficoltà ad interpretare la propria esperienza di sé e del mondo, e per la reazione da parte degli altri. La vulnerabilità emotiva di base è come “un volume al massimo” sugli stati interni: anche piccole contrarietà, che molte persone affrontano senza difficoltà, possono scatenare forti reazioni di ansia, tristezza o rabbia (Linehan, 1993). Per esemplificare, la maggior parte delle persone ad uno stimolo emotivo di intensità 4 che provoca rabbia, provano una rabbia di intensità 4 ed agiscono comportamenti proporzionali. La persona con vulnerabilità emotiva può essere portata a reagire con una rabbia di intensità 7 o maggiore, agendo conseguenti comportamenti che appaiono poi sproporzionati o inspiegabili.
Il lento ritorno allo stato di quiete è uno degli aspetti più critici. La persona con DBP fatica a disattivare lo stato di allerta e a recuperare un livello di calma interiore (Linehan, 1993). Una volta attivato lo stato emotivo, pensieri ed emozioni negative si influenzano reciprocamente autoalimentandosi e rinforzandosi. Quindi aumenta a dismisura sia il tempo di permanenza dello stato negativo che la sua intensità. L’ansia può allora divenire angoscia, l’imbarazzo bruciante umiliazione, la tristezza profondo sconforto e disperazione, e la rabbia portare a comportamenti a volte estremi e via così.
L’alta frequenza di vissuti come ansia, vergogna, rabbia o tristezza può, inoltre, contribuire a modelli eccessivamente interpretativi del mondo basati sull’ipervigilanza. In altre parole, l’individuo tende a leggere ogni minima contrarietà come un possibile segnale di pericolo o rifiuto, alimentando un circolo vizioso di pensieri negativi e di auto-svalutazione (Zanarini & Frankenburg, 1997). La persona vive dunque sin da piccola il sopraggiungere reiterato e drammatico di crisi emotive intense, che sente non finiranno Mai. In quel Mai, si trova buona parte della sofferenza borderline: essere intrappolati nelle proprie emozioni.
Disturbo Borderline, il contesto invalidante
La vulnerabilità emotiva da sola non spiega le cause del disturbo Borderline di personalità. Nel disturbo borderline la vulnerabilità emotiva interagisce con un ambiente relazionale invalidante. Un contesto di sviluppo in cui le espressioni cognitive, emotive, somatiche e comportamentali, ricevono in modo ridondante risposte giudicanti, critiche e/o imprevedibili e caotiche.
Un sistema famigliare che manca di spazi autentici di aperta intimità affettiva. Le manifestazioni emotive o di sofferenza del bambino non sono colte ed anzi vengono spesso osteggiate come un segno di debolezza, un comportamento inopportuno o comunque sbagliato. Il bambino viene invalidato, squalificato, banalizzato ed in diverso modo punito. Denigra attraverso l’invalidazione ogni tentativo autonomo di fare esperienza, o lo congela nell’iperprotezione.
In condizioni di sviluppo ottimali, un bambino con questa predisposizione potrebbe imparare a modulare la propria reattività, grazie alla presenza di figure di accudimento emotivamente disponibili e capaci di validare i suoi vissuti. Tuttavia, quando l’ambiente familiare è invalidante, la vulnerabilità di base non viene gestita ma rafforzata. Ne consegue un progressivo irrigidimento delle strategie di coping, che diventano sempre meno efficaci e potenzialmente disfunzionali (Gunderson, 2014). L’incomprensione o la critica, anziché spegnere l’intensità emotiva la esalta, e ne consolida il carattere duraturo. Nella storia della coppia genitoriale si trovano spesso famiglie di origine a loro volta invalidanti, con uno stile educativo rigido severo e punitivo, caratterizzato da abuso psicologico, emotivo e/o fisico.
Nel disturbo non adeguatamente trattato, lungo il ciclo di vita la persona stringerà poi legami che risentiranno della diregolazione emotiva. Cicli interpersonali problematici e ricorsivi che possono affliggere ogni legame significativo, richiamando quell’invalidazione originariamente sofferta nelle fasi precoci. Da contesto famigliare invalidante, si può giungere allora a parlare di contesto relazionale invalidante. Nel disturbo borderline di personalità, le cause eziologiche primarie in assenza di trattamento spesso perdurano, entrando a far parte di ciò che chiamiamo fattori di mantenimento.
Contesto invalidante, le caratteristiche tipiche:
Rifiuto indiscriminato
Ciò che il bambino pensa, prova, sente o fa, viene ricondotto a dei suoi difetti intollerabili. Include il respingere, essere ostile, aggredire verbalmente, denigrare o ridicolizzare in pubblico. Forme sommerse e ridondanti di neglect genitoriale si nascondono ovunque: “Sei come tuo padre; non ti sai mai comportare, lo vedi gli altri come ti guardano?; se hai litigato con Marta dev’essere colpa tua; non cambierai mai; perché non sei bravo come Leonardo; dottore alla sua età io non ero così, è una delusione continua”.
Minaccia/paura
L’adulto può essere spaventante o minaccioso verso il bambino in molti modi diversi. Modalità di franco abuso psicologico, emotivo, educativo e fisico. Comportamenti aggressivi o sprezzanti verso una delle sue figure di riferimento significative. Stili educativi rigidi, il ricorso alla punizione severa, non prevedibile o basata sull’interruzione del rapporto con il bambino.
Spesso ricorre nella storia dell’adulto con disturbo borderline, quel “tenere il muso” o il silenzio incessante del genitore per ore o giorni volto ad estinguere un comportamento indesiderato del bambino. Mentre il genitore nega il perdono, il bambino vive il dolore del rifiuto, paura o disperazione per l’abbandono. Ciò che il bambino fa per scongiurare l’abbandono è di solito prostrarsi, mendicare il perdono del genitore sacrificando la propria dignità personale. A seguito di eventi simili il bambino si sensibilizza agli indizi di attrito relazionale, ed impara a prevenirli attraverso l’inibizione o la compiacenza.
Questa è una forma di quel neglect genitoriale che la ricerca scientifica pone in primo piano fra le cause del Disturbo Borderline di Personalità. Nel tempo costruisce nel bambino l’idea di un sé inadeguato, di scarso valore, facilmente colpevole. Che a piccoli o imprevedibili errori non segua di solito una possibilità di riparazione, ma conseguenze terribili come un ostracismo sprezzante e la rottura definitiva del rapporto. È un apprendimento implicito, precoce e rinforzato nel tempo, che la persona porterà con sé nella sua vita adulta.
Rinforzo intermittente
I nostri rinforzi mantengono o estinguono i comportamenti problematici. Un genitore può ad esempio tentare di ignorare i ripetuti scoppi d’ira del bambino, ma infine cedere ai suoi comportamenti per ottenere un ingiusto premio. In questo modo, tuttavia, il bambino riceve un rinforzo positivo al comportamento disfunzionale che lo porterà in futuro a più frequenti/intensi scoppi d’ira. Ciò che impara è che aumentando l’intensità dei capricci riceve un premio. Uno degli apprendimenti impliciti che la persona con disturbo borderline suo malgrado ha realizzato, è che per essere ascoltato nell’ambiente invalidante deve alzare il tiro.
Ipersemplificazione dei problemi
Le difficoltà del bambino vengono sminuite o ipersemplificate. In realtà il genitore non coglie lo sforzo e le difficoltà del bambino, e non è quindi in grado di guidarlo adeguatamente. Il bambino impara a credere che ciò che pensa, prova e fa è sbagliato, ed i suoi sforzi sempre inutili. Si tratta di una delle forme di invalidazione che, come le precedenti, ostacola il bambino nel compito di imparare a tollerare e regolare le emozioni.
Disturbo Borderline Neglect genitoriale e Trauma
Il Neglect genitoriale costituisce larga parte di quel nucleo traumatico che ricorre con così alta frequenza nella storia evolutiva della persona, suggerendo così l’alta correlazione fra disturbo borderline e le sue cause. Alla sua base c’è l’assenza di connessione emotiva al bambino. Ad essere invalidati sono i suoi bisogni fondamentali di contatto emotivo e cura, il che conduce ad un contesto di attaccamento disorganizzato.
Il neglect genitoriale è un grave fattore di rischio per il disturbo borderline di personalità. Un dato che spiega la frequenza di storie di neglect nel disturbo borderline, indica che nel 75% dei pazienti almeno uno dei genitori mostra anamnesi positiva per disturbo borderline, narcisistico, o ossessivo compulsivo di personalità; tutti disturbi legati alla scarsa autostima e indegnità.
Disturbo Borderline e Disregolazione Emotiva
La disregolazione emotiva consiste quindi dell’incapacità, una volta attivata l’emozione, a compiere le operazioni necessarie a ridurne l’intensità per tornare al tono emotivo di base. Imprigiona la persona in cicli ideo-emotivi che si autoalimentano e rinforzano.
La disregolazione emotiva è la diretta conseguenza della vulnerabilità emotiva di base in interazione con un ambiente invalidante. Non si tratta semplicemente di provare emozioni intense, ma di un’incapacità strutturale a modularle in modo efficace, con un effetto travolgente che lascia la persona senza strumenti per ritrovare la calma.
Quando un’emozione si attiva, la persona con DBP fatica a interrompere l’escalation emotiva. È come se ogni emozione, una volta innescata, prendesse il controllo, intensificandosi e autoalimentandosi senza una chiara via d’uscita. Pensieri negativi e vissuti emotivi si influenzano a vicenda, creando un loop in cui la sofferenza si amplifica esponenzialmente. Se per la maggior parte delle persone la tristezza può essere temporanea e gestibile, per chi soffre di DBP può trasformarsi rapidamente in disperazione; la rabbia può diventare incontenibile e l’ansia tramutarsi in un senso di angoscia paralizzante.
Il problema centrale della disregolazione emotiva non è solo l’intensità delle emozioni ma, come visto, la loro durata. Una volta entrati in uno stato emotivo alterato, il ritorno a un livello di equilibrio è estremamente lento e faticoso. Il sistema nervoso rimane bloccato in una condizione di attivazione prolungata, con il risultato che il disagio persiste molto più a lungo di quanto accadrebbe in una persona con una regolazione emotiva più funzionale (Linehan, 1993).
Questo meccanismo ha conseguenze importanti sul piano relazionale: quando le emozioni sfuggono di mano, le reazioni possono essere impulsive, eccessive e, spesso, difficili da comprendere per gli altri. Un semplice fraintendimento può scatenare una crisi emotiva di forte intensità, con rabbia improvvisa o scoppi di pianto incontenibili. Queste reazioni possono alimentare un senso di vergogna e colpa, portando la persona a un profondo sconforto e a un’autosvalutazione ciclica.
Nel tempo, l’incapacità di gestire le emozioni porta a strategie di coping maladattive, come comportamenti autolesionistici, abuso di sostanze, esplosioni di rabbia o tentativi disperati di ottenere rassicurazione (Crowell et al., 2009).
Comprendere la disregolazione emotiva significa riconoscerla non come un tratto caratteriale, ma come un fenomeno psicobiologico e relazionale che imprigiona la persona in una spirale di reattività incontrollata. Attraverso percorsi terapeutici specifici, come la Terapia Dialettico Comportamentale (DBT), è possibile imparare strategie per interrompere questi cicli e sviluppare una regolazione emotiva più efficace e sostenibile nel tempo (Edinboro & Vilares 2018).
Disturbo Borderline di personalità Cause
Quando la figura genitoriale manca di contatto emotivo e ricorrentemente disapprova, rifiuta, squalifica, punisce in modo sproporzionato o imprevedibile, il bambino inizia a valutare sé stesso ed i propri pensieri, emozioni e comportamenti come sbagliati, difettosi, non amabili o di scarso valore. Non sa come regolare le emozioni, ed a causa della vulnerabilità emotiva di base ha esperienze reiterate di crisi emotive che spaventano e destabilizzano.
Costruisce quindi un’esperienza di sé come persona fragile, difettosa e non degna di amore: “Non dovrei pensare queste cose, non dovrei provare queste cose. Se succede è perché in me c’è qualcosa che non va”. Non si fida più della propria rappresentazione della realtà e delle proprie emozioni come mappa degli eventi e sul mondo. Sviluppa così una delle tipicità borderline; la continua oscillazione nel dilemma dialettico fra inibizione (non devo farlo è sbagliato mi criticheranno) ed esplosione (ora gliela faccio vedere io).
La vulnerabilità biologica interagisce quindi con le risposte invalidanti del contesto relazionale, in un ciclo interattivo che nel tempo mantiene ed amplifica la disregolazione emotiva.
Nei più accreditati lavori di ricerca centrati sul disturbo borderline cause legate a tale interazione sono poste da parte della comunità scientifica in forte correlazione con l’espressione sintomatologica e il consolidamento dell’organizzazione patologica.
- Crowell, S. E., Beauchaine, T. P., & Linehan, M. M. (2009). A Biosocial Developmental Model of Borderline Personality: Elaborating and Extending Linehan’s Theory. Psychological Bulletin, 135(3), 495–510.
- Edinboro SR, Nolte T, Vilares I. 2018. The neurodevelopmental trajectory of Borderline Personality Disorder: a review. PeerJ Preprints 6:e27414v1 https://doi.org/10.7287/peerj.preprints.27414v1
- Gunderson, J. G. (2014). Borderline Personality Disorder: Ontogeny of a Diagnosis. American Journal of Psychiatry, 171(6), 606–616.
- Linehan, M. M. (1993). Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder. New York: The Guilford Press.
- Zanarini, M. C., & Frankenburg, F. R. (1997). Pathways to the Development of Borderline Personality Disorder. Journal of Personality Disorders, 11(1), 93–104.
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