Il disturbo evitante di personalità in amore come nelle relazioni, conserva alcune tipicità. È facile sentirsi respinti, trascurati e trascurabili, ma è poi davvero così? Creare distanza è ciò che il partner desidera, o una scomoda abitudine per proteggersi da una sofferenza più profonda? Avvicinarsi al mondo interno di chi vive il disturbo evitante di personalità può aiutarti a non sentirti smarrito. Porre le basi per trovare un equilibrio in cui entrambi possiate considerare la relazione un posto più sicuro.
Disturbo Evitante di Personalità
Il suo mondo interno
Il Disturbo evitante di personalità in amore e nelle relazioni sociali in genere, vede alcuni stati mentali tipici che la ricerca scientifica ha approfondito (Carcione, Nicolò e Semerari, 2016; Dimaggio et al., 2007). Ma cos’è uno stato mentale? È l’insieme dei pensieri, emozioni e sensazioni fisiche che proviamo in un dato momento. È ciò che filtra la realtà che viviamo, e guida poi il nostro comportamento.
Se pensiamo in questi termini al nostro quotidiano, notiamo che alcune situazioni con il partner evocano in noi sempre gli stessi vissuti, che gestiamo con le stesse strategie (Beck et al., 2015). Guardiamo allora agli stati mentali tipici del disturbo evitante di personalità in amore e nelle relazioni in genere.
DEP Lo Stato Mentale di Non Appartenenza / Non Condivisione
Lo stato mentale di non appartenenza / non condivisione è quasi una costante, che si intensifica nei momenti di difficoltà relazionale. Consiste della sensazione di non avere opinioni, interessi e affetti in comune con l’altro perché si è diversi. Ci si sforza sempre di stare al passo, sentirsi adeguati o all’altezza, col risultato di godere ancora meno del legame. Ciò consolida la convinzione di non avere le credenziali per accedere realmente alla relazione. Se si dà per scontato questo, quel confortante senso di familiarità che fa da cornice ai legami è precluso. Le relazioni risultano distanti a priori. È uno stato mentale problematico perché non permette una lettura aderente delle relazioni, è disadattivo e per lo più automatico (Carcione, Nicolò e Semerari, 2016).
Nasce dall’aver consolidato un’idea di sé come persona diversa, inadeguata, inetta o mai del tutto all’altezza. Ulteriore problema è che, come tentativo di problem solving, la personalità evitante sviluppa una critica feroce verso sé stessa, la propria passività e la tendenza a evitare le situazioni critiche piuttosto che affrontarle con successo (Beck et al., 2015).
Lo Stato Mentale di Estraneità / Rifiuto
A partire da quanto visto sin ora, l’altro viene quindi percepito come superiore, critico e rifiutante, e le sue azioni lette come conseguenza diretta della propria inadeguatezza (Carcione, Nicolò e Semerari, 2016).
La persona con disturbo evitante di personalità in amore e nelle relazioni in genere, durante le situazioni tensive facilmente transita nel doloroso stato mentale di estraneità / rifiuto (Dimaggio et al., 2007). Assieme a pensieri automatici legati all’idea di essere rifiutato o non accettato, pulsa una vergogna che può declinarsi come acuto dolore sociale. Emozione spesso gestita in anticipo con l’evitamento delle situazioni temute (Beck et al., 2015).
Disturbo Evitante di Personalità in Amore
Il disturbo evitante di personalità in amore presenta specifici cicli interpersonali che tendono a ricorrere (Dimaggio et al., 2007). Semplificando, un ciclo interpersonale è il modo in cui le nostre paure guidano i comportamenti, finendo per avverare proprio gli scenari che più temiamo. Prendiamo come esempio una situazione che coinvolga la paura del rifiuto. È comune in alcune circostanze temere di non essere accettati da parte di una persona cui siamo legati, o di un gruppo in cui ci stiamo inserendo. È l’intensità della paura, come la gestiamo, e la sua ricorsività a fare la differenza.
Se temi fortemente di non essere accettato dal partner potresti iniziare a chiuderti, mostrarti distaccato o evitare un confronto. L’altro, percependo freddezza o indifferenza, potrebbe sentirsi insicuro o frustrato e cercare con insistenza un chiarimento. Ciò può amplificare in te la sensazione di pressione portandoti a aumentare l’evitamento. Oppure l’altro potrebbe sentirsi trascurato e allontanarsi a sua volta. In entrambi i casi troviamo che la paura del rifiuto genera comportamenti che avverano proprio lo scenario temuto.
Nota il ruolo che il partner involontariamente assume in ogni ciclo. Se, ad esempio, di fronte all’evitamento reagisci con insistenza, la personalità evitante si sentirà ancora più sotto pressione e si allontanerà maggiormente (ciclo dell’estraneità e della costrizione). Se d’altra parte ti arrendi al distacco, la persona evitante si confermerà che “alla fine l’altro si stanca sempre perché sono sbagliato” (ciclo del rifiuto anticipato e dell’autoesclusione).
Osserva alcuni dei cicli tipici che si ripropongono nella coppia (Carcione, Nicolò e Semerari, 2016; Dimaggio et al., 2007; Beck et al., 2015). Potresti passare diverso tempo ricordando, riflettendo e rimuginando. Il mio consiglio è di provare ad assumere il punto di vista di ciascun partner della coppia.
Ciclo dell’Estraneità e della Costrizione
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La persona evitante percepisce la relazione di coppia come vincolante o eccessivamente esigente
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Si ritira emotivamente e/o fisicamente per ridurre il senso di vulnerabilità
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Il partner interpreta la distanza come disinteresse e aumenta le richieste di vicinanza
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La persona evitante, sentendosi ancora più sotto pressione, intensifica l’evitamento
Ciclo della Critica e dell’Inadeguatezza
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Il DEP teme costantemente il giudizio e l’umiliazione
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Qualsiasi critica (anche costruttiva) viene vissuta come un attacco all’identità personale
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Reagisce con chiusura, evitamento o eccessiva accondiscendenza per ridurre il rischio di confronto
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Il partner può sentirsi esasperato e diventare più critico, rafforzando la convinzione di inadeguatezza della persona con DEP e alimentando la tendenza all’evitamento
Ciclo del Rifiuto anticipato e dell’Autoesclusione
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La persona evitante teme che, prima o poi, verrà rifiutata o abbandonata
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Assume un atteggiamento distaccato o disimpegnato per evitare un possibile dolore futuro
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Il partner percepisce questa freddezza come una reale mancanza di coinvolgimento e reagisce con distanza o frustrazione
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Questo conferma nella persona con Disturbo Evitante la sensazione di essere “realmente” rifiutato
Ciclo della Svalutazione e Idealizzazione Difensiva
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Dopo un periodo di eccessiva vicinanza o dipendenza emotiva, la persona evitante inizia a sentirsi a disagio
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Per ridurre l’ansia svaluta il partner o la relazione, convincendosi che non siano così importanti
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Si allontana o inizia a rimuginare su difetti e limiti dell’altro, giustificando il ritiro
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Se il partner reagisce con insistenza, il DEP si chiude ancora di più. Se invece prende distanza, può attivarsi un bisogno di riavvicinamento
Ciclo del Disprezzo e della Rivalsa
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In alcuni casi, dopo un escalation molto accesa seguita da evitamento, l’individuo con disturbo evitante di personalità può entrare in una fase di disprezzo per le richieste ricevute
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Come tentativo riparativo verso un’immagine di sé minacciata da gravi timori di difettosità o inadeguatezza, può esaltare un ideale di autosufficienza o svalutare il partner, riletto come persona eccessivamente esigente
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Questo comportamento può gettare nello sconforto il partner e indurlo alla chiusura, o portarlo a restituire disprezzo per l’ingiustizia subita, alimentando così la dinamica della rivalsa
Disturbo Evitante di Personalità come comportarsi
Nonostante la complessità iniziamo a riconoscere alcune dinamiche di coppia tipiche, e abbiamo una visione più ampia dei ruoli. Ma pur avendo coordinate più chiare su come funzioni il disturbo evitante di personalità in amore come comportarsi? Come gestire la relazione?
Hai incontrato più volte sin qui la parola timore. Il timore di provare ansia e vergogna legati al senso di inadeguatezza personale spiegano molti degli evitamenti e cicli interpersonali problematici. Dunque un primo consiglio è di non farti portare a spasso dalla paura. Esprimi i tuoi bisogni senza eccedere in comportamenti passivi o aggressivi.
Chiediti come vuoi stare dopo un certo confronto, e se il modo in cui hai intenzione di discutere ti permetterà di sentirti così. Chiediti di cosa hai davvero bisogno, e se ciò che hai in mente di dire o di fare, ti permetterà di avvicinarti a ciò che desideri.
Uso accuratamente la parola avvicinarti, perché una delle basi in ogni coppia è il patteggiamento. Includi nelle discussioni importanti i bisogni e le difficoltà di entrambi, e cerca un’alleanza piuttosto che una vittoria. Condividi con il partner questa pratica e queste intenzioni. Se vi sono le possibilità, l’obiettivo comune deve divenire quello di rendere la coppia un posto più sicuro per entrambi.
Creare un clima di Sicurezza Emotiva
- Usare una comunicazione chiara e non giudicante: Toni pacati e parole non giudicanti riducono la percezione di minaccia, e permettono al partner di esprimersi senza sentirsi in pericolo (Dimaggio et al., 2007).
Riconoscere ed Evitare il giudizio: È normale che ogni relazione di coppia attraversi fasi di attrito, talvolta anche intense. Tuttavia tutela la serenità di entrambi evitando il giudizio diretto sulla persona. Giudizio, critica e invalidazione si nascondono ovunque:
- “Sei sempre il solito…”
- “Tanto con te non si può mai parlare…”
- “Non sei normale.”
È possibile esprimere rabbia, tristezza o paura senza invalidare l’altro. Una scorciatoia preziosa: parla sempre del comportamento, mai della persona. E spiega gli effetti che quel comportamento ha su di te. Per esempio “Sei un egoista”, potrebbe essere spiegato meglio nel dire: “Non mi hai risposto per ore… mi sono spaventata, e poi sentita come se per te non esistessi. Sono stata in ansia per tutto il giorno. Ho bisogno di parlarne con calma per capire davvero cosa è successo.”
Promuovere il Sostegno Professionale
- Incoraggiare la psicoterapia: Comprendere meglio come funzionino le difficoltà del partner, non ha lo scopo di diventare lo psicoterapeuta del proprio partner. Il disturbo evitante di personalità ha cause che non nascono nella relazione attuale, e non possono risolversi in essa. Produrrebbe uno squilibrio di potere che inevitabilmente porterebbe a rotture inattese. Uno psicoterapeuta di fiducia, invece, può accompagnare la persona motivata in un percorso di trattamento e cura del disturbo evitante di personalità ritagliato su misura.
Percorsi individuali soprattutto ad orientamento cognitivo-comportamentale mostrano una significativa efficacia nel ridurre i sintomi e favorire l’intimità (Millon, 2011), e dove vi sia una sofferenza importante possono essere utili o indispensabili per entrambi i partner.
Un percorso di coppia può restituire letture aderenti alla realtà relazionale, promuovere consapevolezza e motivare verso un percorso di crescita sia personale che di coppia, fornire strumenti concreti per gestire le difficoltà, mobilitare il cambiamento e la progettualità.
Sostenere la Costruzione della Fiducia
- Rimandare al partner i suoi aspetti di valore: Ammirazione e riconoscimento per ciò che di bello l’altro possiede sono fondamentali per l’intesa di coppia (Gottman & Silver, 1999). Sentirsi apprezzati per ciò che si è, non aiuta solo una personalità evitante a sentirsi meno vulnerabile e più sicura. È ciò di cui ogni persona ha bisogno.
- Riconoscere e rinforzare i progressi: Celebrare anche i piccoli traguardi, come l’apertura verso nuove esperienze sociali o l’espressione di un’emozione, consolida la sicurezza emotiva e motiva a proseguire il percorso di crescita. Non solo punizioni, anche premi, è un aspetto spesso trascurato nella coppia, non permetterlo
Gestire il conflitto in modo Costruttivo
- Evitare l’escalation emotiva: Se una discussione diventa troppo accesa, concorda una “pausa tecnica” per consentire a entrambi di calmarsi e riprendere il dialogo con lucidità (Millon, 2011).
- Mantenere trasparenza e onestà: Condividere apertamente le proprie sensazioni e difficoltà è essenziale per prevenire fraintendimenti. In un contesto di fiducia reciproca, ogni parte della coppia deve sentirsi libera di esprimere dubbi o paure.
Un clima di sicurezza emotiva, un dialogo trasparente e il sostegno di professionisti della salute mentale possono favorire la costruzione di un legame gratificante per entrambi. Il disturbo evitante di personalità in amore non preclude alcuna possibilità di dare e ottenere vicinanza, intensità e autenticità: con il giusto approccio, è possibile trasformare la coppia in un luogo sicuro e familiare, dove crescere insieme.
- Beck, A. T., Freeman, A., Davis, D. D., & Associates. (2015).
Cognitive Therapy of Personality Disorders (3rd ed.). The Guilford Press. - Carcione A., Nicolò G., e Semerari A. (2016). Curare i casi complessi. La terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Editori Laterza, Bari.
- Dimaggio, G., Semerari, A., Carcione, A., Nicolò, G., & Procacci, M. (2007).
Psychotherapy of Personality Disorders: Metacognition, States of Mind and Interpersonal Cycles. Routledge. - Gottman, J. M., & Silver, N. (1999).
The Seven Principles for Making Marriage Work. Three Rivers Press. - Millon, T. (2011).
Disorders of Personality: DSM-5 and Beyond (3rd ed.). Wiley.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.
Le tue domande frequenti
E spesso succede proprio quando qualcosa è andato bene. Un momento di vicinanza, una conversazione autentica, una sensazione di connessione… e subito dopo arriva il bisogno di tirarsi indietro.
Probabilmente non è perché quell’intimità non ti sia piaciuta. Forse è perché ti ha toccato, a sufficienza?
Quando l’intimità si fa reale, entra in gioco la possibilità di essere visto davvero, o meno. Davvero accettato per ciò che sei, oppure no. La responsabilità, che può implicare anche aspetti scomodi spiacevoli o non desiderati, in un sistema di cose che attraverso la relazione ti anticipi guadagnerà spazio nella tua routine. E questo può attivare diverse paure silenziose: “se ora mi vede, se ora conto, allora posso anche perdere tutto. Per non perdere tutto, certamente, dovrò forzarmi a fare o essere anche cose che non fanno parte di me”. E oltre a questo noterai c’è un tempo di tolleranza quasi fisiologico che dipende da quanto ti stai abituando a stare in quell’intimità. La distanza diventa una sorta di pausa di sicurezza. Serve a calmare l’attivazione emotiva, a rimettere ordine, ritrovare una sensazione di controllo.
Una domanda molto onesta, che di solito giunge quando alcune riflessioni sono a buon punto. Ma la risposta non è mai uguale per tutti. Il bisogno di spazio è legittimo quando c’è un do ut des simmetrico, bilanciato, mi sento di dire. Diventa evitamento quando quello spazio è un modo per non sentire, per non affrontare, o per fermare i pensieri. A volte in modo automatico e del tutto inconsapevole ci si vuole allontanare da alcune sensazioni tipiche di fondo, spesso non marcatamente spiacevoli ma fastidiose.
Un criterio utile probabilmente riguarda sia lo spazio, che ciò che succede dopo. Dopo quella distanza ti senti più capace di parlare, di condividere, di esserci? Oppure il distacco si prolunga, le parole diminuiscono e la relazione resta sospesa in un silenzio carico di tensione? Molte persone evitanti temono che riconoscere l’evitamento significhi negare i propri bisogni. In realtà, è il contrario. Imparare a distinguere tra spazio che nutre e spazio che separa è uno dei passaggi più importanti per proteggere sia te che la relazione.
Da fuori può sembrare freddezza.
Da dentro, spesso, è sovraccarico emotivo.
Non appena una persona evitante si chiude, è difficile che non stia provando nulla. Più spesso sta provando una sottile ansia, vergogna, timore di non essere all’altezza di ciò che l’altro si aspetta. Chiudersi diventa l’unico modo conosciuto per abbassare l’intensità. È una forma di protezione in più modi appresa molto presto. Se mi faccio piccolo, se mi ritiro, andrà meglio. Il paradosso è che questa protezione, nel tempo, crea proprio ciò che si teme cioè distanza, incomprensioni, solitudine.
La differenza è in ciò che accompagna quello spazio che l’altro ha deciso di prendersi. Quando il bisogno di tempo è sano, anche se c’è distanza resta solido il legame. Un messaggio, un gesto che rassicura. Il tempo ha sempre un dopo chiaro e scontato. Quando invece si entra nel territorio del rifiuto, spesso il silenzio diventa più opaco. Non ci sono parole, non ci sono ponti, e chi resta dall’altra parte inizia a sentirsi invisibile, sbagliato, di troppo. In questi casi, non è solo la distanza a far male, ma l’assenza di riconoscimento.
Per chi è evitante, spiegare il proprio bisogno di tempo può sembrare pericoloso perché espone, crea aspettative, mette in gioco la relazione. Ma è proprio quella spiegazione, anche imperfetta, che permette al partner di non vivere ogni allontanamento come un abbandono. Quando questo diventa possibile, il tempo smette di essere una ferita e può diventare uno spazio condiviso, anche se difficile.
Assolutamente no, non la rende impossibile. Il disturbo evitante è un quadro personologico come tanti ce ne sono, che ha assunto caratteristiche di rigidità. Oltre l’aspetto di rigidità, non presenta però criticità particolari, spiacevolezza intrinseche. Ma c’è la fotografia del momento, in quelle dinamiche possono essere pervasive, è vero. Questo però non decide di un futuro già scritto. Inoltre in sé, quando la coppia sia pure faticosamente ha conosciuto e superato gli scogli più grossi, non ostacola in modo insuperabile la quotidianità nè un progetto di vita. Certo bisogna arrivarci, e il DEP rende più delicato il modo in cui quella relazione va costruita.
La stabilità, per una persona evitante, non nasce dall’intensità o dalla fusione, ma intanto dalla prevedibilità emotiva. Sapere che l’altro non invaderà, non giudicherà, non umilierà. Sapere che c’è spazio per essere imperfetti senza perdere il legame. Molte relazioni con una base evitante falliscono non perché manchi l’amore, ma perché si cerca di costruirle secondo modelli che non tengono conto della sensibilità al rifiuto e alla vergogna. Quando la relazione diventa un luogo di richieste costanti, di confronti accesi, di letture drastiche (“o così o niente”), la persona evitante tende a ritirarsi sempre di più.
Ma quando la coppia, con o senza terapia, riesce a creare un clima in cui la vicinanza è graduale, negoziabile, non forzata, allora qualcosa cambia. La profondità non nasce dall’essere sempre presenti, ma dal potersi avvicinare senza sentirsi in pericolo.
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