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Il borderline ti dimentica? Ti pensa? L'esperienza di chi vive il disturbo

Il borderline ti dimentica? Ti pensa? L’esperienza di chi vive il disturbo

Aggiornato il: 7 Mag, 2026

Il borderline ti dimentica? Avevamo dei problemi, certo.. ma quello che c’era fra noi era così intenso, non poteva esistere solo nella mia testa. Eppure proprio quando credevo ci fosse una minima stabilità mi ha cancellato in un istante. Come è possibile? Se assomigliano alle parole che hai in mente, ciò che vivi potrebbe apparirti irreale e inspiegabile. Al posto della quotidianità che ricordi, oggi potresti provare un forte senso di vuoto e tristezza. Emozioni che si alternano a sospetto e rabbia nel chiederti se l’altro sia mai stato sincero, o fosse tutto solo un inganno ben costruito sui tuoi sentimenti.

Se il borderline ti dimentica, se sia possibile ti pensi ancora, sono domande che ho incontrato spesso all’inizio di alcuni percorsi terapeutici, e che saturano i thread di alcuni social forum. Persone con vite molto diverse fra loro, che nutrono la stessa detestata speranza che il partner torni. O perseguono verità che restituiscano un senso alla perdita. Lasciamo che alcune risposte arrivino da chi vive il disturbo borderline, mostrandoci prospettive altrimenti difficili da considerare. E strada facendo, altre domande potrebbero suggerirti come stare meglio, giorno dopo giorno.

In cerca di risposte

Quando soffriamo per un’importante perdita il dolore emotivo può divenire intenso, alternando ondate di tristezza, impotenza e rabbia. Il pensiero resta vicino a ciò che abbiamo perso, attraversando ricordi, domande e a volte rimpianti, che nel naturale processo del lutto porteranno a una nuova costruzione di senso. E da qui, ad accettare la perdita.

Ma a volte la strada verso l’accettazione incontra ostacoli che complicano una sofferenza già importante. Il pensiero può insistere ossessivo su contenuti specifici, creando percorsi tortuosi nei quali diviene difficile orientarsi. Il borderline ti dimentica? Il borderline ti pensa? Torna sempre? Sono domande che nella mia esperienza segnano l’inizio di molti percorsi terapeutici, e riempiono le discussioni di alcuni social forum. Ma riguardano davvero la perdita di quella persona insostituibile? Riflettendo, potremmo accorgerci che nascono in momenti molto più lontani. Che potrebbero avere a che fare con vuoti e bisogni che ricorrono nella nostra storia personale che la perdita riattualizza. Aspetti di sofferenza che, se non riconosciuti e anzi lasciati dipendere da una persona altra da noi, non potremo mai realmente risolvere. Boelen e colleghi (2006) ci mostrano che il pensiero in queste situazioni tende allora a centrarsi su:

  • temi di colpa o fallimento personale (non sono stato abbastanza, ho sbagliato io);
  • sentimenti di svalutazione (mi ha scartato, non valgo nulla senza di lui/lei);
  • ricerca ossessiva di spiegazioni (perché mi ha lasciato, cosa ho fatto di sbagliato, perché ha scelto un’altra persona).
Il borderline ti dimentica? ti pensa ancora? Torna sempre?

O delle giuste domande

Castelfranchi e Miceli (2009) suggeriscono un modo efficace per fare chiarezza, non a caso assunto fra le basi di più prospettive terapeutiche nel mondo. Prendere finalmente confidenza con i nostri reali scopi di sempre, spesso inconsapevoli. Pensieri ed emozioni così persistenti sono legati a scopi sovraordinati che si formano fin dall’infanzia, in base ai pieni e vuoti vissuti nel legame con i nostri genitori, e assimilando ciò di cui era fatto il loro rapporto. Qui abbiamo imparato a quali scopi dobbiamo dedicare ogni energia, e quali scenari evitare a ogni costo. Non tanti, non aver paura di doverti impegnare in infinite e cervellotiche analisi. Due o tre scopi però, a prescindere da quanto siamo in grado di riconoscerlo e percepirlo nel quotidiano, sono sempre accesi nella nostra mente. Allo stesso modo ognuno di noi teme fortemente due o tre scenari tipici, che si impegna assiduamente ad evitare. 

  • Scopi: cosa -devi- ottenere per stare bene
    Essere importante e necessario? Speciale e ammirato? Amato? Autonomo e non ingannabile? Possedere il controllo della relazione? Aiuto e protezione? Attenzione costante?
  • Anti scopi: cosa temi e -devi assolutamente- evitare?
    Essere umiliato o ritenuto secondario? Essere abbandonato perché non degno di amore? Essere tradito e ingannato? Perdere il controllo o apparire incapace/irresponsabile? Essere invisibile o ignorato? Essere criticato o ritenuto inadeguato? Essere abbandonato alla solitudine?

Questi sono solo alcuni degli scopi tipici che possono regolare il nostro comportamento. Il problema nasce quando sono iperinvestiti, o in conflitto fra di loro. Riconoscere i tuoi reali scopi significa individuare quali obiettivi da sempre rincorri. Questo può permetterti ad esempio di chiarire per quale perdita, in realtà, stai soffrendo. Divenire più competente su te stesso e riportare ordine, senso di controllo e un primo sollievo.

Se pensi alla fine di questa relazione, come ti ha fatto sentire? Cosa ti fa temere di essere?

Cosa cercavi di proteggere, o conquistare, in quel legame?
Cosa sarebbe cambiato, per te, se le cose fossero andate come desideravi?

Ma spesso è strada facendo che si scoprono direzioni più utili per sé stessi. Così torniamo alle domande che ti hanno portato fin qui. Il borderline ti dimentica? Ti pensa? Torna sempre? 
Ascoltiamo la voce di chi vive il disturbo, e in modo onesto parla della propria esperienza. Social forum come Reddit sono punti di incontro in cui a volte regaliamo frammenti delle nostre verità. Perché non divengano schegge di vetro ricorda che di chi scrive, sappiamo solo ciò si sente nella possibilità di condividere. Che spesso è il punto di vista di chi sta appena iniziando a capire le proprie difficoltà, e come gestirle. Non generalizzare ciò che leggi ad ogni persona con DBP, perché esistono le tipicità del disturbo ma anche l’unicità di ogni persona. E soprattutto, non fermarti alle domande che inizialmente ti portano qui. Va avanti.

Il borderline ti dimentica?

Se stai attraversando la fine di una relazione, alcuni pensieri potrebbero comparire automatici come un’eco a ciclo continuo: “Se non mi scrive, allora mi ha dimenticato?”. “Se non mi cerca, allora non soffre come me“. “Se può andare avanti senza di me, allora non sono mai contato/a nulla per lui/lei“. Assomigliano a regole che vigilano su qualcosa di importante. Ma tornando alla domanda “il borderline ti dimentica?, chi vive disturbo borderline di personalità racconta che non è mai così semplice.

“Mi manca chiunque abbia mai lasciato la mia vita. Gli ex sono sempre i peggiori, ovviamente, anche se la relazione non era amore. È quella bellissima paura del rifiuto e dell’abbandono per sempre nelle nostre menti borderline. Il desiderio e la mancanza non si sentono mai meglio, ma è sicuramente qualcosa con cui puoi imparare a convivere! Mi manca il mio ultimo ex come una pazza perché mi ha lasciato. Penso che se fossi stata io a lasciarlo, non mi mancherebbe così tanto, di sicuro”. Queste parole descrivono aspetti del disturbo, caratteristici di un percorso terapeutico e di vita che non ha ancora raggiunto fasi più avanzate. 

Mi manca chiunque abbia mai lasciato la mia vita; lo stile di attaccamento adulto nella persona con DBP è tipicamente distanziante o timoroso-evitante. Se da una parte c’è la tendenza difensiva all’autonomia, dall’altra c’è una forte dipendenza dalle relazioni. Il coinvolgimento nel legame può essere estremamente intenso, se si percepisce che può regolare positivamente l’immagine di sé. Si può ruminare per anni su ciò che di una relazione finita oggi manca. Anche quando viene chiusa di propria iniziativa, e mai si tornerebbe indietro. 

È quella bellissima paura del rifiuto e dell’abbandono per sempre nelle nostre menti borderline: si ha un forte bisogno di relazione, ma lo si vive con la disposizione di chi da sempre “sente” che le relazioni hanno una data di scadenza. Non sono un posto in cui crescere insieme, ma dove in più modi l’abbandono si riproporrà. Il punto è solo se agirlo, o subirlo. Questo corto circuito viene trattato in terapia, e non può cambiare dando al partner amore incondizionato, perché non nasce nella relazione attuale. Si colloca nella propria esperienza, ed è paradossalmente mantenuto anche dalla percezione stessa di una sintomatologia ancora attiva.

Mi manca il mio ultimo ex come una pazza perché mi ha lasciato. Penso che se fossi stata io a lasciarlo, non mi mancherebbe così tanto, di sicuro: la paura dell’abbandono non è uno scenario temuto connesso al partner, ma al nucleo traumatico originario. Una frattura precoce che separa dall’altro, che può essere anche “sentito” in modo intenso, ma difficilmente internalizzato come legame stabile, e vissuto in coerenza con questa priorità.

Il borderline ti dimentica?

“Mi mancano tutti quelli con cui ho avuto una conversazione”.
“Questa non è un’esperienza limitata ai borderline. Se hai veramente amato qualcuno, alcuni elementi di quel sentimento rimangono. È completamente naturale! “

Mi mancano tutti quelli con cui ho una conversazione: a una lettura superficiale potrebbe apparire trascurabile, ma riflette invece una produttività ideo emotiva che caratterizza l’universo immaginativo borderline. Dove una semplice sensazione può agganciare ricordi, pensieri ed emozioni che velocissimi ne generano di ulteriori, conducendo a volte in territori dolorosi dai quali diviene difficile uscire. 

Questa non è un’esperienza limitata ai borderline. Se hai veramente amato qualcuno, alcuni elementi di quel sentimento rimangono. È completamente naturale!
Questo post è probabilmente quello che risponde meglio alla domanda il borderline ti dimentica. Quando un legame è stato significativo, molti vissuti restano. Non è il disturbo a cancellarli. Ciò che cambia è la possibilità (o meno) di trasformarli in un amore stabile. Ma questo esaurisce ciò che davvero vuoi sapere?

Il borderline ti dimentica?

Se venissi dimenticato/a, cosa direbbe questo di te, ai tuoi occhi?

Il borderline ti pensa?

Se il borderline ti dimentica, è una domanda che giunge di solito quando è trascorso un tempo significativo dalla rottura. Quando si ha una prima consapevolezza della svalutazione subita, degli aspetti di labilità del legame, e del proprio ruolo nella sofferenza vissuta. Si ha una visione più realistica e accettare la perdita è un traguardo più vicino.

Ma se ci si sta confrontando con un improvviso distacco, una delle domande che possono accendersi nella mente è se il borderline ti pensa. In altre parole, sono ancora importante per l’altro? E in terapia come nei forum, attorno a questa domanda compaiono puntuali altri interrogativi; il borderline torna sempre? Mente? Ti tradisce?

Domande angoscianti dalle quali è necessario guadagnarsi una vita d’uscita. Un modo efficace è riflettere sui tuoi stessi pensieri e comportamenti. Chiederti dove vuoi arrivare quando prendi alcune strade, e perché. E ancora, è un buon modo per stare meglio? Una direzione che l’ex partner potrebbe già seguire da molto tempo, tutelandosi dagli aspetti più aggressivi del disturbo. 

“Mi manca solo avere qualcuno. Devo ricordarmi che non mi manca necessariamente la PERSONA, mi mancano le sensazioni felici che mi ha aiutato a provare. Mi manca che qualcuno mi ami. Mi manca non essere sola.

Direi che il mio desiderio di essere in una relazione è la cosa su cui mi fisso di più, e qualcosa che mi fa spesso sprofondare. Quando sprofondo penso sempre a come nessuno mi amerà mai più e a come probabilmente morirò sola. Queste sono grandi paure per me. Penso di essere una persona meravigliosa con molte grandi qualità, ma i miei fottuti problemi di attaccamento rovinano tutto.

Sogni il mio ex probabilmente ogni notte o giù di lì… perché voglio solo quella sensazione più di ogni altra cosa. È fastidioso.”

Il borderline ti pensa?

Uno scopo tipico nel disturbo borderline di personalità è l’amabilità, cioè sentirsi una persona degna di amore (mi manca che qualcuno mi ami. Sensazioni felici. Temo che nessuno mi amerà mai più). Sentirsi amati e amabili non è uno scopo patogeno. Il problema nasce quando questo scopo viene iperinvestito (essere in relazione è la cosa su cui mi fisso di più), quando cioè si farebbe qualunque cosa pur di sentirsi amati.
Spesso ciò accade perché lo scopo dell’amabilità è in realtà al servizio dello scopo identitario, cioè sentirsi intera e dotata di senso. In altre parole “se per l’altro sono degna di amore, allora ho un senso, un valore e un’identità”. Scopi che si formano in età infantile, quando l’intensa reattività emotiva del piccolo interagisce con un contesto familiare invalidante e spesso altamente disfunzionale. Il bambino rimane in balia di emozioni che non può controllare, e di adulti che non solo non gli insegnano a regolare le emozioni, ma gli rimandano continuamente il suo disvalore. L’amore e l’attenzione che gli vengono concessi sono allora condizionati al “comportarsi bene”.
Non a caso, chi scrive riconosce in modo onesto e utile per sé anche l’anti scopo della solitudine (mi manca non essere sola, morirò da sola). Percepirsi senza una relazione la fa sprofondare in un doloroso senso di vuoto / pericolo. Sensazioni angoscianti e disperate che vengono percepite anche nel corpo, e seguono concretamente la persona finché non torna a perseguire con soddisfazione almeno temporanea i suoi scopi.

In poche righe troviamo ciò che nel DBP tipicamente motiva la ricerca di una relazione, e spiega le modalità a volte estreme con cui viene perseguita. Potrebbero far pensare ad un comportamento puramente manipolatorio. Usare la relazione senza alcun riguardo per l’altro, solo per trarne le sensazioni di cui si ha bisogno. Il punto di partenza, però, è la consapevolezza della propria storia di attaccamento (i miei fottuti problemi di attaccamento). Non è un cinismo strumentale, ma il tentativo spesso maldestro di lenire un vuoto che minaccia l’identità.

La persona con DBP come ognuno di noi aspira ad amare e sentirsi amata in un legame sicuro, fatto di reciprocità e dotato di un futuro. Desidererebbe poterlo fare senza vincoli che minaccino la propria identità. Ma una sintomatologia attiva interferisce con questi bisogni di base.
Lo scopo sovraordinato rimane però identitario, non quello di ingannare l’altro per trarne un mero profitto come nelle personalità antisociali.

Disturbo borderline e fine della relazione

Ho frequentato un ragazzo per 3 mesi un paio di anni fa e la relazione è stata davvero intensa – sono finita mentalmente ed emotivamente distrutta dopo. Ero ansiosa, appiccicosa e lui era evasivo.

A volte mi faceva il lavaggio del cervello ed era molto critico. Non mi manca e non lo voglio più nella mia vita, ma ho dei flashback di periodi in cui è stato orribile con me e non riesco a credere come ho lasciato che qualcuno mi calpestasse così. Non riesco a togliermelo dalla testa, mi sento come se fossi traumatizzata in modo permanente.

Riconosco che bramiamo cose che non sono buone per noi. Soprattutto durante la pandemia, sento di non riuscire a smettere di pensare a tutte queste relazioni/amicizie tossiche, ma so al 100% che fare un passo indietro smantellerà molto del mio duro lavoro con la terapia e la ricerca di vie d’uscita dal mio comportamento tossico.

Il borderline ti pensa?

Ero ansiosa, appiccicosa e lui evasivo: è l’incubo di chi parte da uno stile prevalente di tipo evitante o disorganizzato. Se è l’altro a mostrarsi distante freddo e critico, l’angoscia che ne deriva disorganizza i propri modelli di attaccamento. Si farà di tutto per intercettare i bisogni dell’altro e soddisfarli, proponendo atteggiamenti che ostentano e pretendono un grande coinvolgimento emotivo. Strategie che di solito non raggiungono lo scopo, e scadono nella continua richiesta di vicinanza, testing serrati, e il ciclico attivare l’altro sulla relazione attraverso il conflitto

Ho dei flashback di periodi in cui è stato orribile con me […]. Non riesco a togliermelo dalla testa, mi sento come se fossi traumatizzata in modo permanente: Vicende relazionali legate a critica, invalidazione, o qualunque forma di violenza richiamano i vissuti traumatici precoci. In questo contesto, i flashback sono un segno tipico di un severo trauma complesso (cPTSD) o PTSD.

Potresti aver vissuto una relazione estremamente intensa. Montagne russe che in alcuni momenti devono averti portato molto in alto. Ma più in alto si sale, più fa male cadere. Eppure, nel tempo, potresti aver scelto di viverla comunque, pur essendo sempre più consapevole di rischi e conseguenze.

Cosa c’era in quegli alti? Oltre la persona in sé, cosa valeva quel pericolo?

Testa e cuore

Se soffri per una perdita, nel tentativo di risolvere il dolore il pensiero può insistere ossessivo su alcuni contenuti. Potremmo raccontarci di soffrire esclusivamente per amore, ma questo significa tutto e nulla. Forse non ci è affatto utile. Riflettendo meglio potremmo sorprenderci nello scoprire che gran parte di quel dolore non è per lo più centrato sulla perdita di una persona o di un legame insostituibile. Spesso riguarda piuttosto altre ferite che protraggono una confusa agonia, nella quale è facile perdersi. Oppure ritrovarsi, se si sceglie di guardarle e usare quello stesso dolore come una guida per stare meglio.

Potremmo ruminare su ciò che ci ha condotti alla perdita, e come avremmo potuto scongiurarla. Leggerlo solo come un fallimento personale piuttosto che relazionale. Usarlo come metro di giudizio su sé stessi smarrendoci nel senso di abbandono, nella paura, tristezza, e impotenza. Rimuginare su come sistemare le cose, o come sarà la nostra vita “senza”, aumentando l’ansia. Potremmo perderci fra le motivazioni che il partner ci ha dato. Rincorrere verità alternative isolando dettagli, che privati del contesto originario possono provare qualsiasi cosa vogliamo, o temiamo. O soffermarci su aspetti generali della sua storia o carattere, generalizzando in modo sviante.

Disturbo borderline, come gestiamo la perdita?

Le emozioni che proviamo potrebbero colorare di tristezza, paura, impotenza, rabbia o colpa molti dei pensieri che durante il giorno ci attraversano, decidendo a priori il nostro ruolo nella storia, e quello del partner. La persona troppo buona o fragile, e quindi ingannata? Cattiva o sbagliata e per questo allontanata? Incapace di salvare o proteggere l’altro, e per questo fallita?

Disturbo borderline, come gestiamo la perdita?

Ma Testa e Cuore, pensieri ed emozioni, non viaggiano su binari separati. Sono fili intrecciati della stessa trama. I pensieri accendono emozioni che possono nutrire e mantenere vive. Le emozioni a loro volta colorano i pensieri, filtrano la realtà e guidano il modo in cui agiamo. Ma è un circuito imperfetto.
Il pensiero usa scorciatoie, cade cioè in errori logici e soprattutto può lasciarsi facilmente dominare dall’emotività, per il modo stesso in cui è strutturato il nostro cervello. LeDoux (2023) ci spiega che le emozioni possono bypassare la nostra parte razionale e cosciente. Goleman lo chiama sequestro dell’amigdala: in un attimo, le emozioni prendono il controllo prima che la mente possa entrare in campo. Così può capitare di farsi portare a spasso da emozioni cui diamo credito anche quando i fatti, in sé, non le giustificherebbero per nulla. Tentare di ingabbiarle attraverso ruminazioni e un faticosissimo lavoro mentale che prolunga la sofferenza.
Disturbo borderline, come gestiamo la perdita? Fact checking

Quindi le emozioni possono portarci dove vogliono, e pensare peggiora solo l’agonia?
No, non necessariamente.

Sapere come funziona la mente, soprattutto la tua, può togliere forza alle emozioni che oggi ti spaventano. Restituisce ordine, protegge dai vecchi fantasmi e riapre una direzione scelta e gratificante. Ti permette di gestire meglio i limiti della relazione, o accettare la perdita e superare la fine della relazione. Se senti che da solo non riesci a ritrovare la giusta direzione, parlarne in terapia può aiutarti. 

Fonti utili
  • Boelen, P. A., van den Bout, J., & van den Hout, M. A. (2006). Negative cognitions and avoidance in complicated grief: A prospective study. Behaviour Research and Therapy, 44(11), 1657–1672.
  • Goleman, D. (1996). Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. New York: Bantam Books.
  • LeDoux, J. E. (2002). The Synaptic Self: How Our Brains Become Who We Are. New York: Viking Penguin. Traduzione italiana: LeDoux, J. E. (2003). Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quello che siamo. Milano: Raffaello Cortina.
  • Castelfranchi, C., & Miceli, M. (2009). The Cognitive-Motivational Compound of Emotional Experience. Emotion Review, 1(3), 223–231.

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Le tue domande frequenti

Una persona con disturbo borderline soffre quando lascia qualcuno?

Come per ciascuno di noi, la persona con disturbo borderline può semplicemente smettere di amare per perdita di interesse o altre ragioni che in breve portano a disinvestire dal rapporto. Ma se davvero ha sviluppato un attaccamento verso l’altro certamente soffrirà nel perderlo, e non solo per ciò che chiamiamo sofferenza borderline. Cioè non per lo più per dinamiche automatiche riconducibili al disturbo. Il dolore non riguarda soltanto il vuoto interiore o la paura dell’abbandono, ma anche l’affetto per l’altro, il legame concreto che si è vissuto, i ricordi, la quotidianità, i momenti intensi che hanno lasciato una traccia. Ma nelle persone con disturbo borderline questo dolore può diventare un vero e proprio labirinto. Si gravita ossessivamente sul partner, sul senso di perdita o sul fallimento personale, sulla vergogna per alcune cose agite o subite, e allora sulla rabbia, fino a rimanere intrappolati in conflitti interni apparentemente irrisolvibili.

È così che a volte, si rimane legati anche a relazioni violente o distruttive. Perché l’idea di separarsene sembra più dolorosa del restare. In queste situazioni la sofferenza può diventare devastante, e alimentare un rischio suicidario talvolta già presente.

In altre situazioni svincolarsi in modo prudenziale appare la soluzione migliore, perché evita rischi più grandi che la persona ha già reiteratamente vissuto in rapporti precedenti. E da qui le parole che a volte è capitato di sentire in terapia: le persone con disturbo borderline ti distruggono la vita. Vero è che a volte ci si può trovare davanti a una chiusura inattesa e apparentemente immotivata per il momento e l’andamento della relazione. Vero è anche che diventa molto difficile in quei casi già il solo capire ciò che è realmente accaduto, farsene una ragione, disinvestire e ricentrarsi su sé stessi. Ma recuperando lucidità e andando più a fondo, si trovano sempre precedenti momenti altamente critici nel rapporto, responsabilità condivise non sempre gestite in quel modo possibile, veramente utile e necessario. Problemi rispetto ai quali la persona tende allora a mettersi in sicurezza, pianificando o comunque agendo una chiusura nel momento che per sé stessa è di maggior agio.

Da qui allora la percezione di una fine opportunistica, che non sempre è però da leggere esclusivamente in questi termini. E mi rendo conto sia un compito duro e ingrato quando si sta risolvendo una perdita, ma c’è un quadro più ampio che è utile riconoscere. Dico utile perchè, nel tempo, aiuta a decentrare sé stessi rispetto alla perdita subita, che è in fondo perdita di valore personale.

È molto importante ricordarsi che dietro quei sintomi che possono far rumore, c’è una persona che desidera amare ed essere amata. Che il suo dolore è reale e umano, e in alcune situazioni ancora più insidioso perché aggancia anche processi largamente inconsapevoli che complicano le cose, e che la persona percepisce come pericolosi, costantemente minacciosi, e a volte potenzialmente fatali

Se mi pensa significa che tornerà?

No, la maggior tutela verso sé stessi è non alimentare quella che può facilmente essere una dolorosa illusione, che mantiene il pensiero verso la persona perduta, reiterando cicli di illusione, attesa e disillusione. Pensare a un ex non implica desiderio di ricostruire la relazione. I ricordi possono riemergere perché emotivamente intensi, ma non necessariamente perché ci sia un progetto stabile. Anche chi non conserva più alcuna intenzione di tornare può in alcuni momenti pensarti o anche cercarti. La vera domanda è: consapevole dei limiti del legame che hai già vissuto sulla tua pelle, se tornasse, cosa cambierebbe davvero per te?

Staresti meglio, sul momento.
Ma poi?

Saresti disposto/a a lavorare fino in fondo sui limiti della relazione? Questo, nel concreto, spesso implica anche la sospensione o rinuncia di buona parte di quelle tue priorità che in precedenza hanno contribuito alle crisi già vissute.
Saresti disposto per lungo tempo a rinunciare a ciò che già sai per te essere importante, ma non compatibile con l’ex partner? Saresti disposto a negoziare senza forzare la mano, per trovare in modo stabile e autentico un accordo che tenga entrambi relativamente sereni? Accetteresti che quel negoziare non necessariamente possa tutelare priorità per te fondamentali?

In breve il disturbo borderline non nasce con te, e non è nella relazione che può essere risolto. Nelle relazioni purtroppo è a volte ingombrante, doloroso per entrambi, e in alcune situazioni anche pericoloso. Ma saresti disposto ad accettare la persona con i tuoi valori, ma anche limiti del momento? Lo trovi realisticamente possibile?

Se la risposta realistica è no, quel no può essere prezioso per te. Potrebbe parlarti di un dolore attuale che non è forse per lo più legato alla persona o alla relazione. La perdita potrebbe toccare aspetti del tuo valore personale, che attualmente ancora percepisci connessi all’avere o meno quella relazione. E riconoscere questo apre al vero target importante per te. Svincolare il tuo valore personale da quell’unico legame, che di certo non può riflettere ciò che sei in senso assoluto. E da qui la possibilità di disinvestire.

Quando torna, è amore o bisogno?

Spesso il ritorno nasce da un bisogno: placare il vuoto, calmare l’ansia da solitudine, cercare conferme di amabilità. Questo non significa che manchi ogni sentimento, ma che le emozioni potrebbero non essere ancora organizzate in un amore stabile e maturo. Può esserci affetto autentico, nostalgia sincera, persino il desiderio di ricominciare. Ma se non cambia nulla nella profondità del rapporto, i cicli di allontanamento e ritorno rischiano di ripetersi, ferendo entrambi.
Il cambiamento è possibile ma richiede un lavoro consapevole e strutturato. Entrambi i partner devono lavorare in terapia individuale e in terapia di coppia, con un setting differenziato (quindi con terapeuti diversi). Una buona domanda diventa allora, se torniamo insieme, siamo entrambi pronti a costruire un legame realmente sostenibile per entrambi? Sia tu che il partner, pensate di poter raggiungere e mantenere un assetto non dico perfetto, ma che regga al quotidiano senza portare a continue crisi?

Il ghosting è sempre segno che non mi ha mai amato?

No, il ghosting è un comportamento che ferisce perché taglia ogni contatto, ma non è automaticamente segno di assenza d’amore. Può riflettere paura, incapacità di gestire il conflitto, un tentativo di proteggersi dal dolore, o un silenzio punitivo che ha lo scopo di testare l’altro e ottenere un risarcimento per ingiustizie che si pensa di aver subito.

Come faccio a smettere di pensare se mi ha dimenticato o no?

Non puoi controllare i pensieri che arrivano, ma puoi riflettere sui tuoi stessi pensieri, e chiederti perché arrivino così dolorosi. Non sottovalutare questa possibilità, perché è la migliore opportunità che qualunque percorso terapeutico onesto e competente solleciterà per prima.

Su cosa insistono i tuoi pensieri, per lo più? Sulla perdita dell’altro come persona intera, con i suoi pregi e difetti, o sulla perdita della sua attenzione e riconoscimento verso di te? Hai perso l’altro, o il tuo valore personale che nel tempo hai legato all’avere la relazione con l’altro?

Insistono anche sulla perdita di quella quotidianità che fino ad oggi riempiva le giornate? Se si, ti sembrano più pensieri che vanno verso un “mi manca ciò che avevamo”, o verso un “ora sono solo, e sento di non farcela”. Quindi sei più sul legame, o su un aspetto di solitudine percepita come pericolosa?  

Questi sono solo alcuni aspetti della sofferenza che potresti provare. Ma leggere bene i tuoi stessi pensieri, può dirti per cosa davvero soffri. E nel tempo mostrarti una strada davvero utile per te da perseguire, che ti lasci recuperare una sensazione di controllo su di te e la tua vita. Un senso di efficacia personale nell’agire su te stesso, l’altro, e nel mondo.

Tornare a costruire una vita gratificante non passa per le risposte dell’altro, ma nel recuperare o costruire una buona relazione con te stesso, o te stessa. Tornare in contatto con i tuoi reali bisogni, e giorno dopo giorno riscoprirti nella possibilità di perseguirli e soddisfarli. 

Il borderline può cambiare con l’amore? Dando tutto me stesso/a?

L’amore, da solo, sfortunatamente non basta. Come ho scritto in questo articolo, le difficoltà che vive la persona con disturbo borderline di personalità non nascono nella relazione attuale, e non possono risolversi in essa. Può dare motivazione, ma non sostituisce un percorso terapeutico e una motivazione autentica di crescita personale. La terapia aiuta a lavorare su quei sintomi che sono di personalità, quindi profondamente iscritti nei propri schemi interni. Può apparire perentorio, ma nella mia esperienza solo con un’adeguata terapia, anche la relazione può diventare davvero sicura e reciproca.

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