Come per ciascuno di noi, la persona con disturbo borderline può semplicemente smettere di amare per perdita di interesse o altre ragioni che in breve portano a disinvestire dal rapporto. Ma se davvero ha sviluppato un attaccamento verso l’altro certamente soffrirà nel perderlo, e non solo per ciò che chiamiamo sofferenza borderline. Cioè non per lo più per dinamiche automatiche riconducibili al disturbo. Il dolore non riguarda soltanto il vuoto interiore o la paura dell’abbandono, ma anche l’affetto per l’altro, il legame concreto che si è vissuto, i ricordi, la quotidianità, i momenti intensi che hanno lasciato una traccia. Ma nelle persone con disturbo borderline questo dolore può diventare un vero e proprio labirinto. Si gravita ossessivamente sul partner, sul senso di perdita o sul fallimento personale, sulla vergogna per alcune cose agite o subite, e allora sulla rabbia, fino a rimanere intrappolati in conflitti interni apparentemente irrisolvibili.
È così che a volte, si rimane legati anche a relazioni violente o distruttive. Perché l’idea di separarsene sembra più dolorosa del restare. In queste situazioni la sofferenza può diventare devastante, e alimentare un rischio suicidario talvolta già presente.
In altre situazioni svincolarsi in modo prudenziale appare la soluzione migliore, perché evita rischi più grandi che la persona ha già reiteratamente vissuto in rapporti precedenti. E da qui le parole che a volte è capitato di sentire in terapia: le persone con disturbo borderline ti distruggono la vita. Vero è che a volte ci si può trovare davanti a una chiusura inattesa e apparentemente immotivata per il momento e l’andamento della relazione. Vero è anche che diventa molto difficile in quei casi già il solo capire ciò che è realmente accaduto, farsene una ragione, disinvestire e ricentrarsi su sé stessi. Ma recuperando lucidità e andando più a fondo, si trovano sempre precedenti momenti altamente critici nel rapporto, responsabilità condivise non sempre gestite in quel modo possibile, veramente utile e necessario. Problemi rispetto ai quali la persona tende allora a mettersi in sicurezza, pianificando o comunque agendo una chiusura nel momento che per sé stessa è di maggior agio.
Da qui allora la percezione di una fine opportunistica, che non sempre è però da leggere esclusivamente in questi termini. E mi rendo conto sia un compito duro e ingrato quando si sta risolvendo una perdita, ma c’è un quadro più ampio che è utile riconoscere. Dico utile perchè, nel tempo, aiuta a decentrare sé stessi rispetto alla perdita subita, che è in fondo perdita di valore personale.
È molto importante ricordarsi che dietro quei sintomi che possono far rumore, c’è una persona che desidera amare ed essere amata. Che il suo dolore è reale e umano, e in alcune situazioni ancora più insidioso perché aggancia anche processi largamente inconsapevoli che complicano le cose, e che la persona percepisce come pericolosi, costantemente minacciosi, e a volte potenzialmente fatali.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.