La durata del silenzio punitivo può variare molto. In alcuni casi si tratta di poche ore, in altri può protrarsi per giorni o settimane. Nella mia esperienza questo non dipende tanto dall’episodio scatenante, ma dal livello di attivazione emotiva interna, e dalla funzione che il silenzio sta assumendo in quel momento.
Quando il silenzio serve soprattutto a contenere emozioni troppo intense, tende a ridursi non appena la persona ritrova una soglia minima di sicurezza interna. Quando invece diventa una strategia stabile per gestire il legame, il conflitto o la paura dell’altro, allora può prolungarsi nel tempo. Anche per mesi, durante i quali ci sono solo contatti sporadici per altro in genere proposti da chi lo subisce.
I criteri diagnostici non raccontano la sofferenza borderline, se non si fa lo sforzo di immaginare la propria vita dentro le caratteristiche che descrivono questo disagio. Il
Il silenzio punitivo del borderline viene definito in letteratura scientifica anche silent treatment, ed è una strategia tipica che si ripropone anche nel disturbo narcisistico di personalità. Con silenzio punitivo si intende un comportamento passivo-aggressivo in cui una persona ignora o evita deliberatamente l’altro, come forma di punizione o disprezzo. Questo comportamento può esprimersi in più modi, tra cui evitare il contatto visivo e la parola, prima ancora che il dialogo. Rifiutarsi di partecipare alle normali attività quotidiane, alle interazioni nei contesti sociali condivisi, e in generale non rispondere alle richieste dell’altro per periodi prolungati di tempo. Una definizione chiara ci aiuta a riconoscerlo, ma non lo spiega. Non ci dice che senso ha. Andiamo più a fondo.
Il silenzio punitivo ha intanto lo scopo di comunicare la propria frustrazione e disappunto, senza assumersi la responsabilità e i costi di un chiaro confronto. Chi soffre del disturbo borderline, ha purtroppo già vissuto lungo tutto lo sviluppo, gli effetti che i propri scoppi d’ira hanno sull’altro. Come osserva
Andando più a fondo però, nel borderline c’è anche il timore che il partner interpreti il discontrollo che può suscitare, come segno di vulnerabilità ed eccessivo coinvolgimento. Che questo lo porti a sovrastimare il proprio valore personale, e nel tempo a svalutare l’altro.
Il silenzio punitivo è spesso una strategia ricorrente in chi la pratica. Ma nulla di nuovo, anzi di solito è un comportamento appreso nelle prime relazioni precoci. Nella storia del bambino, futuro adulto con disturbo borderline, è spesso presente quel “tenere il muso” o silenzio incessante del genitore per ore, volto ad estinguere un comportamento indesiderato. Mentre il genitore nega il perdono, il bambino vive il dolore del rifiuto, paura o disperazione per l’abbandono. Ciò che il bambino fa per scongiurare l’abbandono è di solito prostrarsi, mendicare il perdono del genitore sacrificando la propria dignità personale. Che è quanto purtroppo tenderà a rimettere in scena da adulto, con impulsi spesso automatici e poco consapevoli.
Quando ci si trova nella scomoda posizione di dover sostenere il peso di quel silenzio, è naturale chiedersi più e più volte cosa fare. Come parlare, quando, quali parole usare e come non peggiorare la situazione. Nel frattempo la mancanza dell’altro si sente, assieme alla paura di perderlo. Prima ancora di chiederti cosa fare però, bisogna fermarsi su una domanda. Anche se la si vorrebbe trascurare.
Se esiste uno spazio per lavorarci insieme, il primo obiettivo è imparare ad ascoltare davvero l’altro. Spesso pensiamo di saperlo già fare, ma in alcune occasioni occorre uno sforzo in più. In questo frangente ascoltare significa sospendere per un momento ciò che a tutti i costi vorremmo dall’altro: le risposte immediate, le rassicurazioni, il modo in cui dovrebbe comportarsi per non farci soffrire. Se non si fa questo l’altro lo sente immediatamente, e si verrà percepiti come un bluff. Un opportunista che si impegna solo in vista di un vantaggio personale. Ovvio che ciascuno voglia anche alcuni vantaggi, ma è quel solo che rovina tutto. Che impedisce di sentire davvero la persona che si ha davanti.
Quando il clima è più calmo (non durante la crisi), si può provare a riprendere un episodio passato seguendo una traccia. Il centro è come l’hai vissuta, ma buttare ogni tanto l’occhio su uno schema permette sia di raccontarsi, che di non perdersi. Non bisogna ricostruire tutto in modo perfetto, ma ridurre la nebulosità che alimenta il silenzio. Lasciate che solo uno di voi ricordi una precisa situazione problematica per come l’ha vissuta, cercando di toccare questi punti:
Ciò che nello spazio ristretto di un articolo ho cercato di offrire può orientare, ma non sempre basta. Quando il silenzio punitivo è rigido o frequente, spesso la coppia resta intrappolata in meccanismi automatici troppo strutturati per essere gestiti in autonomia. Un percorso psicoterapeutico sia individuale che di coppia, può aiutare in modo concreto non solo a comunicare meglio, ma a capire perché certe scene accendono reazioni così forti, e come disinnescarle senza perdere dignità, e guadagnando invece sicurezza e intimità.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.