Perché mi sento sempre in difetto, anche quando faccio del mio meglio?
Autore: Dott. Festo Terenzio
Ci sono piacevoli momenti in cui, distratti dalla vita, quella sensazione di fondo sembra svanire. Altri in cui diviene percepibile, poi più netta, dura, mentre il pensiero torna a dirsi:
mi sento sempre in difetto.
Magari accade dopo una conversazione, quando ripensi che avresti potuto essere più sul pezzo, più sciolto o più brillante. O quando la gentilezza di un conoscente si scontra con il muro della tua buona educazione, biasimandoti poi di non aver saputo cogliere quel chiaro tentativo di contatto. E inevitabilmente nei momenti più importanti, quando pur essendoti preparato a lungo, resta la sensazione che avresti dovuto fare meglio di così. La buona prestazione è solo un aspetto, dietro il quale c’è però una precisa immagine di te, così difficile da raggiungere. E lo noti nelle relazioni, quando ti chiedi se sei stato abbastanza presente, attento, giusto, adeguato. Così nel tempo riconosci che non sono solo sporadici timori, ma una spiacevole attitudine nel modo di percepirti, e pretendere da te stesso. Come guardarsi attraverso una lente che nota per lo più i vuoti, dando per scontati i pieni. Ciò che poteva essere fatto meglio, che in fondo non è mai abbastanza. E vivere con la sensazione di essere sempre sotto soglia è sfibrante, ingiusto, non lascia mai spazio al sollievo.
Si potrebbe pensare all’autostima, ma di solito non è esattamente questo. Proviamo ad avvicinarci a quel mi sento sempre in difetto, capire meglio di cosa sia fatto, e perché questa sensazione possa divenire così persistente.
Dentro quel “mi sento sempre in difetto”
In quel mi sento sempre in difetto c’è un’ansia vissuta nel tempo come la propria quotidianità, che diviene allora normalità. Ma accanto, di solito, c’è anche una sottile rabbia. Emozioni sostenute da convinzioni e regole, che raccontano qualcosa in più. Il centro non riguarda tanto ciò che fai, quanto
E quella parte di te, nel tempo, si arrocca sempre più in alto, sempre più attenta e critica. Così che quasi inevitabilmente, il confronto risulti sempre sfavorevole (Young, 2003).
Ho una bassa autostima?
Verrebbe da pensarlo, che si tratti semplicemente di autostima. Ma chi vive questa esperienza spesso non si percepisce semplicemente come insicuro. Può anzi essere competente, affidabile, attento. Può ricevere riconoscimenti frequenti e in alcuni ambiti funzionare anche molto bene. Eppure nonostante questo continuare a sentirsi in difetto. Forse perché il problema non è per lo più in una valutazione globale di sé, ma in quel costante processo di autovalutazione critica cui non ci si sa sottrarre. Un monitoraggio interno automatico, che resta attivo anche quando non sarebbe necessario. Per capirci, il pensiero spiacevole nell’immediato non è tanto “valgo poco”, quanto piuttosto:
avrei dovuto fare meglio di così,
dovevo saperlo,
dovevo accorgermene prima,
devo stare più sul pezzo,
non è abbastanza.
Quell’avrei dovuto, devo, dovevo, richiama qualcosa di imperativo e poco consapevole. Chi lo dice che devi? Davanti a questa domanda alcune persone rispondono di getto che sarebbe “stato meglio”. Altre si fermano, esitano, e in terapia pian piano iniziano a riconoscere qualcosa. Una voce interna, una parte di sé automatica, che impone regole rigide, eccessive, indiscriminate, a volte inappropriate.
In psicologia si parla di doverizzazioni, ma è solo una parte del problema (Beck, 1976). È una delle modalità con cui quella parte critica mantiene l’asticella così alta, e a volte la sposta anche un po’ più in alto.
Vedo solo i vuoti, quasi mai i pieni
L’attenzione di quella parte di sé, che possiamo abituarci a chiamare parte critica, si orienta spontaneamente verso ciò che manca. Verso le sfumature imperfette, i dettagli che non tornano del tutto, anche quando l’insieme è adeguato. Come se il suo scopo fosse di notare solo le discrepanze, mai ciò che funziona. E così i vuoti diventano più evidenti dei pieni, più disponibili alla memoria, e nel tempo questo contribuisce a mantenere la sensazione di essere sempre in difetto.
La sensazione di non essere mai abbastanza
Questo è forse l’aspetto più riconoscibile, e al tempo stesso il più difficile da mettere a fuoco. Perché un errore o una mancanza concreta possono dispiacere a tutti, è vero. Ma il centro del problema è quella sensazione diffusa che accompagna anche nei momenti in cui le cose potrebbero andar bene.
Può emergere dopo un risultato positivo, un complimento, o mentre qualcosa si sta svolgendo senza particolari problemi. In quella voce critica attenta al dettaglio che sottolinea sempre il difetto, privando della giusta gratificazione. Su queste basi il premio non arriva mai. Mancherà sempre un passaggio per potersi sentire davvero a posto. E allora il punto non è più “fare meglio”, ma riuscire almeno per un momento a non sentirsi in difetto (Gilbert, 2009).
Perché mi sento sempre in difetto? Da dove viene?
Se quella parte critica è così presente e rapida nel giudicare, probabilmente è abituata a un superlavoro che svolge da molto tempo. Che di solito prende forma molto presto, in modi non immediatamente riconoscibili. All’inizio non c’è nessuna voce nera, nessuna parte critica. C’è solo lo sguardo di un bambino o una bambina, che dipende in tutto e per tutto dai suoi genitori.
E dal loro sguardo impara chi è egli stesso/a,
cosa può aspettarsi dall’altro e nei legami,
e come muoversi nelle relazioni.
All’inizio ha quindi la forma di uno sguardo, del modo in cui ci si sente visti, o non visti. Di un’aspettativa, e di ciò che serve per stare meglio in quelle prime fondamentali relazioni.
Esperienze precoci: cosa ho imparato fin da piccolo?
Crescere significa anche imparare, poco alla volta, cosa è accettabile e cosa no. Cosa viene apprezzato e cosa invece rifiutato o punito. Seguendo questa strada, la parte critica è una componente normale del funzionamento psicologico. Una struttura psichica necessaria che orienta e aiuta ad adattarsi (Bowlby, 1988). Nella storia precoce di molti di noi, ciò che passa dai legami familiari porta a uno sviluppo bilanciato e utile di questa parte del sé. Che interviene quando serve senza invadere, dominare la mente o mortificare.
Per altri di noi può essere andata diversamente. Dalle nostre prime relazioni potremmo ad esempio aver imparato di dover essere sempre adeguati. Che il mondo sia attento anche ai piccoli errori, ai quali spesso non segue la possibilità di riparare facilmente. Che fare sempre bene sia indispensabile, e per riuscire bisogna attenersi scrupolosamente a una serie di regole. Questo e altro non sempre viene passato in modo esplicito. Climi familiari, toni, le discussioni ricorrenti che in ogni famiglia naturalmente esistono, e poi l’immagine stessa dei nostri genitori, e il loro modo di condursi nella vita. Le loro aspettative su di noi.
E allora quella parte critica che nasce per aiutare e proteggere, viene allenata come un atleta olimpionico che deve fare sempre di più. Diventa più attenta, esigente, sempre pronta a intervenire. Standard interni elevati, nei quali non c’è nulla di male, in sé. Se non divengono troppo elevati, e rigidi. Iniziando a operare anche quando non serve, in modo eccessivo, in alcuni casi fino a metterci seriamente nei guai.
Quanto conta l’approvazione?
Per molte persone, sentirsi a posto non è mai del tutto scollegato dal sentirsi riconosciuti. È qualcosa di più profondo del bisogno di piacere agli altri. Ha a che fare con il sentirsi visti nel modo giusto. Quando in epoca precoce questo riconoscimento è stato dato come prezioso ma intermittente, o legato a come si performava, può nascere una sorta di vigilanza interna. Come se una parte di sé restasse sempre in allerta per cogliere i giusti segnali.
sto andando bene?
valgo?
rischio di deluderti?
E quando questi segnali non sono chiari o non arrivano, la parte critica si iperattiva in modo prudenziale. Ci si sente in allerta, a disagio e nella sensazione di essere in difetto.
Quando l’errore è una faccenda così seria
Non tutti gli errori hanno lo stesso peso. Ma in alcuni ambiti il timore dell’errore può esprimersi al punto da mettere in discussione il proprio valore, o il proprio posto nella relazione. Anche questo avviene in modo per lo più automatico, distante dal livello consapevole dell’esperienza. In quei frangenti la parte critica non si limita a segnalare ma previene.
Anticipa.
Controlla.
Prova a evitare che quell’errore accada di nuovo (Wells, 2000). Ma nel farlo generalizza, allarga il campo e ancora una volta alza l’asticella. Così anche quando non c’è un vero rischio resta attiva. Lo scopo è sempre proteggere, ma nel tempo i costi possono farsi insostenibili.
Autocritica e perfezionismo: risuonano?
A questo punto iniziamo ad accorgerci che quella parte critica può divenire molto di più che un commento a margine della propria esperienza. Nella giusta misura spinge a fare meglio, essere più preciso, più attento, più adeguato. Ma in alcuni casi può divenire una presenza intrusiva, che costantemente osserva, valuta e corregge. E quel mi sento sempre in difetto non vive allora dell’errore commesso, ma del costante tentativo di evitarlo.
Quella che ci stiamo abituando a chiamare parte critica, abita ognuno di noi. Funziona secondo regole internalizzate precoci. Ci è necessaria perché può spingerci a migliorare, non trascurare i dettagli e non accontentarsi. Ma in alcuni di noi può avere un tono troppo duro, irragionevole, oppure ossessivo. E diviene allora iperattiva e oltremodo esigente.
Come smettere di sentirsi sempre in difetto
Giunti fin qui mi auguro una cosa sia più chiara. Quella sensazione di essere sempre in difetto non viene da qualcosa di intrinseco di te, ma da un modo appreso nel tempo di guardarti e valutarti.
Nel lavoro che segue, il punto non è cancellare quella scomoda parte critica, no. Ci è necessaria. E nemmeno per portarti a indulgere facendo di te un rammollito, paura che molte persone inizialmente esprimono. Si può però cambiare il rapporto che hai con lei. Ma è una parte automatica, poco consapevole, prima bisogna creare un rapporto con lei.
Quest’avventura, in terapia, è molto centrata sul concreto, con l’uso di tecniche importanti e trasversali come il chairwork. Su un dialogo incarnato con quella parte di te, che può sorprendere, richiamare ricordi, emozioni, attraversare momenti difficili o profondamente commuoventi. Una strada che è ambizioso percorrere senza un compagno che conosca quei sentieri. Ma anche in autonomia, con la giusta motivazione e alcune coordinate, c’è qualcosa che puoi iniziare a sperimentare.
Riconoscere la parte critica
La prima cosa importante è iniziare a riconoscerla.
Ma non sarà facile perché da sempre si nasconde ovunque. In uno sguardo obliquo che puoi avere al mattino davanti allo specchio. Nei pensieri che hai verso te stesso. In ciò che ancora una volta ti dici di dover per forza fare, o assolutamente evitare. Così il primo passo è solo accorgerti di quando entra in scena. Di come ti parla, di quali parole usa, e cosa ti impone di fare. Ma in molte circostanze possiamo aspettarci che sia lì con te già da un po’. E facilmente puoi trovarti già dentro il suo punto di vista senza nemmeno rendertene conto.
Ma se riesci a riconoscerla nell’esperienza concreta del tuo quotidiano, in quella certa situazione, ora non serve altro. Non combatterla, contraddirla o cercare di cancellarla. Devi solo riconoscerla, osservarla, e renderti conto di tutti i doveri e le regole che impone. Degli impulsi ad agire che ti sollecita. In questo primo momento, per te, è importante capire come funziona. E renderti conto che è solo una parte di te, e non l’intero.
Esempio concreto:
Sul posto di lavoro sei in attrito con un collega. Detesti il modo in cui si pone, l’ironia sottile con cui a volte ti mette in difficoltà, o il tono arrogante. Ma nelle occasioni di contatto (sala mensa, distributore delle bevande etc), potresti avere difficoltà a gestire la situazione. Arrivando a evitare le occasioni di contatto, dissimulando il fastidio che provi, o scadendo nella compiacenza. Oppure porti in simmetria usando le stesse modalità del collega, e mantenendo uno stile aggressivo scomodo da sostenere nel quotidiano.
Parte critica: fra poco lo rivedrai in sala mensa, e ci saranno anche gli altri. Non devi farti vedere turbato! Non devi mostrarti debole!
La tua risposta: Riflettendo inizi a riconoscere il tono imperativo ed estremo di queste priorità. In queste parole non c’è una critica diretta nei tuoi confronti, ma troppi devo, che già ti fanno sentire in ansia e con le spalle al muro.
Rispondi mai a quella voce nera? Cosa le dici?
Il secondo momento riguarda il modo in cui puoi rispondere a quella voce. Molte persone provano subito a neutralizzarla, banalizzarla o svalutarla. Ma questo crea solo un secondo livello di critica. Può essere più utile fare un passo di lato. Non indietro, ma di lato. Stare accanto a quella voce critica ed esigente, e avviare un dialogo. Potresti intanto chiederti: ciò che mi sta dicendo, mi aiuta davvero in questo momento?
Esempio concreto:
La tua risposta: nel tuo monologo interno potresti chiederle; cosa significa non mostrarmi debole?
Parte critica: significa che se un idiota ti dà fastidio mentre ti fai gli affari tuoi, devi chiudergli il becco invece di farti sempre calpestare come un debole.
La tua risposta: già in questo primo passaggio, di un lavoro impegnativo anche in terapia, potresti essere tentato di cedere alla parte critica. Vivere ciò che ti dice come verità autoevidenti. Oppure potresti scegliere di rimanere presente, richiamando la parte più adulta e matura di te. E proseguire così quel dialogo in modo lucido:
Non penso di “farmi sempre calpestare come un debole”, posso ricordare molte altre occasioni in cui mi sono fatto valere. Non penso di essere un debole, è in questa situazione che mi sento in difficoltà. Con quel “sempre”, tu come mi aiuti?
Parte critica: se non sei un debole allora rimettilo al suo posto invece di subire.
La tua risposta: nel mondo reale non puoi sempre “chiudere il becco” a qualunque persona superi la misura. Se faccio ciò che dici rischio di diventare io il soggetto della situazione, sul posto di lavoro. Ho bisogno di trovare un modo realistico ed equilibrato di risolverla. Come mi aiuti, suggerendomi come unica possibilità lo scontro aperto?
La parte critica potrebbe rimanere interdetta, con tuo sollievo, o rispondere con contenuti ancora più invalidanti. Ma sottolineare sempre ciò che nelle sue parole eccede la normale misura, è la carta vincente. Riconoscere la sua intenzione di aiutarti, ma anche il modo primitivo e a volte pericoloso di farlo, aiuta molto. Non si tratta di demolirla, ma di chiederti; mi aiuta davvero? Mi permette sempre di trovare modi utili di gestire e risolvere?
Per ciascuno di noi la risposta non può che essere no.
E fare esperienza di questo, apre una finestra verso altre possibilità.
Credi a tutto ciò che ti dice?
Non si tratta di demolirla, ma di chiederti;
mi aiuta davvero?
Mi permette sempre di trovare modi utili di gestire e risolvere?
Per ciascuno di noi, la risposta non può che essere no.
E fare esperienza di questo, apre una finestra verso altre possibilità.
Seguendo l’esempio immaginato, potresti iniziare a capire che proprio questa parte critica e così esigente, oggi ti porta a evitare le occasioni di contatto con quel collega. A dissimulare il fastidio che provi durante gli scambi. E che tutto questo contribuisce a mantenere il problema. Sarebbe difficile per chiunque immaginare scenari alternativi utili e realistici, quando la richiesta iniziale è così estrema, netta e imperativa.
E a te stesso, cosa dici?
C’è poi una sfumatura più sottile che potresti riconoscere in quella parte critica, che riflette i criteri con cui ti valuti. Quella parte critica tende a usare standard molto alti, spesso impliciti e dati per ovvi. E il problema non è solo che siano elevati, ma che risultano rigidi, poco negoziabili e realistici. Accorgersi di questo è un altro passaggio importante.
Potresti chiederti più spesso, ad esempio:
quale sarebbe, per me, un risultato “abbastanza buono”
Non perfetto. Non ideale.
Abbastanza buono.
Che non significhi accontentarsi ma nemmeno esagerare.
Porti sistematicamente questa domanda, specie all’inizio del tuo percorso personale o terapeutico, riaggancia a una dimensione più realistica delle cose, e soprattutto più sostenibile e gratificante.
Verso tutto ciò che fa di te, davvero te
Infine c’è un aspetto che non riguarda il fare, ma il modo in cui ti tratti.
Se quella parte critica è così presente, è facile che lo spazio per la tua vera voce sia ridotto. Si può tornare a tirarla fuori. Iniziare a costruirla, dove si ha difficoltà. Non una voce indulgente o superficiale, ma una posizione interna più equa. Capace di tenere insieme limiti e valori, errori e possibilità. A volte basta poco per iniziare.
Accorgerti di qualcosa che hai fatto bene, senza darlo per scontato o ridimensionarlo.
Riconoscere uno sforzo, anche se il risultato non è stato perfetto.
Lasciare che il lato positivo di ciò che hai vissuto resti visibile qualche secondo in più.
Non cambia subito tutto, ma sposta la direzione. Uscire dalla sensazione di sentirsi sempre in difetto non è un passaggio immediato, ma graduale. Dal cercare di essere sempre “all’altezza”, al recuperare ciò che davvero fa di te, te.
- Beck, A. T. (1976). Cognitive Therapy and the Emotional Disorders. New York: International Universities Press.
- Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. New York: Basic Books.
- Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind: A New Approach to Life’s Challenges. London: Constable & Robinson.
- Wells, A. (2000). Emotional Disorders and Metacognition: Innovative Cognitive Therapy. Chichester: Wiley.
- Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema Therapy: A Practitioner’s Guide. New York: Guilford Press.
Quando può essere utile un supporto psicologico
Ci sono momenti in cui fare da soli questo lavoro diventa sconsigliabile. Quando quella voce è molto radicata, molto convincente, o presente da così tanto tempo da sembrare parte del proprio modo di essere. Quando, anche provando a cambiare qualcosa, la sensazione di essere in difetto rispiega invariabilmente su sé stessa. In questi casi, non si tratta solo di capire meglio cosa succede, serve uno spazio diverso. Una relazione terapeutica in cui quel modo di guardarsi possa essere riconosciuto, senza essere subito corretto. Compreso senza essere giudicato, e gradualmente messo in discussione senza creare pressioni contro producenti. La terapia può diventare proprio questo. Non un luogo in cui correggersi, ma dove iniziare poco alla volta a costruire una relazione con sé stessi più stabile, intima e realistica. E di solito molto più vivibile.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.
Le tue domande frequenti
Sì, ma non perché “sia tutto nella tua testa”. Probabilmente, nel tempo, il modo in cui ti valuti può aver preso maggior peso dei fatti stessi. Ed è una realtà purtroppo non rara. Seguendo le evidenze Schema therapy, come ho fatto lungo l’articolo, se c’è una parte critica o esigente in te che risulta iperattiva, tenderai a leggere anche risultati adeguati come insufficienti. Non è la realtà a essere distorta in senso assoluto, ma il filtro con cui la guardi. Accorgersene significa trovarsi a metà strada verso una soluzione.
C’è un sottile timore, nel modo in cui spesso mi viene posta questa domanda. Il confronto è un processo naturale, ma è vero, può diventare automatico, selettivo, davvero sgradevole. Spesso si finisce per osservare negli altri ciò che appare più solido o riuscito, e in sé stessi ciò che manca o è incerto. È un confronto sbilanciato, anche se sembra oggettivo. In più, degli altri vediamo soprattutto l’esterno, mentre di noi conosciamo anche dubbi e fragilità. Questo crea facilmente la sensazione di essere sempre un passo indietro, anche quando non è affatto così.
Il dubbio è un’esperienza interna. Sapere come sia per gli altri, a volte, potrebbe stupirti. La sicurezza degli altri sulla quale la tua attenzione si sofferma, è spesso solo ciò che appare dall’esterno. Molte persone che sembrano sicure convivono con incertezze simili, ma non sono visibili allo stesso modo. Se sei abituato a monitorarti molto, il dubbio diventa più presente e più evidente. E questo può farti pensare di essere diverso, quando in realtà stai solo osservando da vicino qualcosa che negli altri resta più nascosto.
Sì, può essere molto stancante, e non dovrebbe essere la normalità. Mantenere un monitoraggio costante su ciò che fai, dici o pensi richiede energia continua. È come se una parte di te fosse sempre attiva, sempre pronta a valutare, correggere, anticipare. Anche quando non succede nulla di particolare, il sistema resta in ascolto.
Può cambiare, certamente. Ma non nel senso che quella parte sparisca. Piuttosto a cambiare è il modo in cui si inserisce nella tua esperienza, cioè come la vivi. In terapia tende a divenire meno rigida, meno centrale, meno automatico. Entrano in gioco anche capacità riflessive avanzate, e questo aiuta molto a stare bene con sé stessi. Restituisce serenità e sicurezza. Con il tempo è possibile costruire uno sguardo su di sé più ampio, che includa anche ciò che funziona, non solo ciò che manca. Non è un cambiamento immediato, ma è reale. E spesso inizia proprio dal riconoscere che quel modo di vedersi non è affatto l’unico possibile. né il più aderente ai fatti.
Approfondimenti
Se in ciò che leggi riconosci aspetti della tua esperienza, o desideri approfondire meglio alcuni temi, qui sotto trovi articoli che potrebbero interessarti. Se invece stai cercando uno psicologo a Roma Balduina o vuoi maggiori informazioni sul percorso di psicoterapia online, puoi consultare anche le pagine dedicate.