Nella mia esperienza, quasi tutti i pazienti agorafobici purtroppo riportano questo problema. Ciò che vivi è difficile da descrivere perché non è paura del luogo, quindi chi ascolta tende a fraintendere (“ma è solo una piazza…”).
Non è nemmeno solo panico, quindi gli altri immaginano un attacco di panico “classico”, mentre tu vivi qualcosa di diverso.
Il nucleo dell’esperienza riguarda poi la continuità del senso di sé, un vissuto molto intimo che non ha un linguaggio comune nella conversazione quotidiana.
Non esistono parole semplici per descrivere la sensazione di essere “presenti a metà”, o di provare il timore di non essere più presente a te stesso con la continuità di sempre.
Molti pazienti dicono
“è come se di fondo mi sentissi meno stabile, non c’è solo la paura”.
“è come una perdita di consistenza interna, come se sentissi di sgretolarmi.”
“È come se il mondo restasse lì, ma io per un attimo scivolassi via da me.”
Questo tipo di esperienza non è facile da tradurre in parole, ed è normale che gli altri non la comprendano immediatamente. Ma è la realtà che vivi in alcuni momenti. Non lasciare che la difficoltà di tradurlo in parole ti trattenga, parlane con chi ha la tua fiducia. Lascia che volta dopo volta possa avvicinarsi di più a ciò che vivi, e capirti meglio.