People pleaser – Dentro il bisogno di compiacere gli altri
Autore: Dott. Festo Terenzio
“Forse sentirmi accettata. Sentirmi accettata dagli altri”. La domanda era, “cosa ti fa stare davvero bene?”. Credevo stessimo parlando d’altro così l’ho detto senza pensarci troppo su, ma ricordo di essermi fermata, perplessa. Di aver provato tristezza, e un po’ di vergogna. Il mio terapeuta mi disse che potevo farlo. Che potevo stare su quelle emozioni. Che se avessi imparato ad ascoltarle mi avrebbero suggerito cose che da tempo cercavo di capire. Ed è stato così che ho trovato quanto il mio bisogno di compiacere gli altri fosse tutt’altro che secondario, nella mia vita.
Di cosa si parlava?
Non molto tempo fa mi è stata diagnosticata una patologia cronica. Con lo specialista che mi segue stiamo ancora cercando di capire a quale trattamento io risponda meglio, ma lungo il mio percorso mi sono confrontata con ulteriori complicazioni.
- Capire le procedure della mia assicurazione ed ottenere ogni volta l’autorizzazione alle diverse spese mediche
- Comunicare in modo efficace con le strutture sanitarie o la mia farmacia, per ottenere nei giusti tempi i particolari farmaci che mi servono
- Confrontarmi con il mio medico sulla terapia, progressi effetti collaterali e quant’altro
- Ottenere informazioni e ciò di cui ho bisogno da ognuna di queste parti
Un paio di settimane fa ho concordato telefonicamente con il mio medico una nuova terapia: “Vieni a studio la prossima settimana così ti spiego come fare, si tratta solo di un’iniezione. E poi ti prescriverò anche una routine di analisi del sangue. Qualche domanda?” No no, tutto bene ho risposto.
Il giorno dopo ero nel panico: “Devo interrompere già ora il trattamento che sto facendo? Il nuovo farmaco è ospedaliero come i precedenti? Devo prenotarlo come al solito molto in anticipo in farmacia o no?? L’infermiera ha mandato i documenti alla mia assicurazione? Le ricette me le inviano in mail o devo passare a studio? E quando?”
Potevo chiamare lo studio ed ottenere subito le risposte di cui avevo bisogno, ma non l’ho fatto perché non volevo seccare nessuno. Ho pensato che sono sempre pieni di lavoro e forse la mia non era una vera urgenza. Temevo il tono scocciato della segretaria o che pensassero che sono una persona ansiosa e petulante.
Ed era proprio di questo che stavo parlando con il mio terapeuta, poco prima che mi facesse quella domanda. E questo è il mio modo prolisso per spiegare come io faccia di tutto per assecondare gli altri, compiacerli, renderli felici se posso o quanto meno non essere di peso. Ho scoperto che non succede solamente a me, al punto che esiste una definizione per chi ha comportamenti simili ai miei: people pleaser, e non l’ho trovato molto gratificante. Ma in ogni caso, per me, questa non è tutta la storia.
Guardando dall’alto ciò che vivevo, specie in quella situazione, mi rendevo conto di quanto il mio bisogno di sentirmi accettata stesse andando molto oltre l’occasionale compiacere l’altro. Mi stava rovinando la vita, letteralmente. Non riuscivo nemmeno più a distinguere in quanti modi diversi lo facesse.
People pleaser: dentro il bisogno di compiacere gli altri
Da sempre mi sento dire che sono una persona buona, gentile, sempre disponibile. Ed io lo prendevo come un bel complimento, non posso negare mi facesse piacere. Ma oggi capisco che non si trattava di gentilezza, bontà o apertura verso gli altri, o almeno non solo di questo. Avevo in realtà costantemente bisogno dell’approvazione dell’altro. Per sentirmi accettata. Il che significava porgermi sempre in un certo modo, essere spesso più disponibile di quanto non avrei potuto e soprattutto fare cose. Un mucchio di cose che spesso non desideravo per nulla, e che anzi trovavo faticose, spiacevoli ed a volte anche sbagliate. Di fatto stavo rinunciando ai miei veri bisogni, fino a volte a scomparire. Fa di me una people pleaser? Dove viene tutto questo?
- Il bisogno di approvazione è qualcosa su cui sto ancora lavorando. Mi ha stupito riconoscere in quanti modi anche nelle comuni interazioni quotidiane cercassi una conferma. Piccoli gesti sui quali mi interrogavo, chiedendomi se fossi stata adeguata o meno, se avessi fatto troppo o troppo poco, e che cosa penserà l’altro di me? Compiacere, assecondare, divenire un magico aiutante con i superpoteri, tutto questo poteva funzionare molto tempo fa, o meglio doveva. Perché ero troppo piccola per decidere le regole del gioco. Perché non decidevo io che tipo di figlia i miei genitori desiderassero fossi, né potevo avere idea di cosa significasse per me ciò che vivevo. Semplicemente oggi non funziona più così. Non è l’altro a definirmi, non voglio più che lo sia. Ed anche se occuparmi di me stessa è paradossalmente più difficile che occupare la mia testa con il pensiero dell’altro, perché non è ciò a cui sono abituata, giorno dopo capisco quanto sia l’unica cosa davvero in grado di farmi stare meglio. E quanto detesti le parole people pleaser.
- La paura del rifiuto è un’altra cosa che oggi riesco a vedere, mentre in passato non consideravo. Supera il bisogno di sentirmi accettata, perché è ciò che in assoluto più mi spaventa. Mi ha portata a fare cose in cui non mi riconosco, ma soprattutto non ricordo di una sola circostanza in cui quel di più che ho fatto mi abbia veramente protetta da ciò che temevo.
- Detesto litigare. Quando sentivo che stava per succedere la mia soluzione era ancora una volta dire di si. Accontentare l’altro tenendo per me la mia infelicità, continuando a scomparire. Assieme a tutto ciò che credevo di non poter dire, fare, ed essere.
- Il senso di colpa spesso mi tratteneva, anche quando in realtà non ricevevo alcuna pressione. Il semplice pensiero di dare un dispiacere agli altri era un problema che sottovalutavo, o attribuivo al mio carattere.
Tutto ciò non spiega interamente ciò che provo penso e vivo, è solo una parte di un mio percorso. Ed anche questa parte non è ben spiegata dal concetto di people pleaser. Ma riporta ordine, dà un senso all’ansia, allo stress e all’infelicità che provavo. È una spia rossa che oggi si accende quando antepongo i bisogni degli altri ai miei. Quando snaturo il mio carattere o il mio pensiero a causa di vecchie abitudini che non mi danno più nulla, e che in fondo non lo hanno mai fatto. Mi restituisce tempo, obiettivi personali ed anche un diverso modo di stare con gli altri. La rabbia che a volte provavo o il risentimento, erano spesso conseguenze di enormi equivoci che non sapevo di portare avanti, o che non avrei saputo come gestire diversamente.
Smettere di compiacere gli altri
e ricentrarsi non è per nulla semplice, perché significa mettersi in gioco. Riconoscere i propri schemi nella vita di ogni giorno, cioè pensieri e comportamenti che porti avanti da sempre nell’abitudine di farlo. Capire da dove vengano e separarsene mentre si esplorano nuove strade. Il primo passo per me è stato accorgermi che ciò che credevo mi proteggesse ed aiutasse con gli altri, in realtà mi toglieva ciò di cui avevo più bisogno per essere felice. Me stessa. Lo step successivo è stato cercare uno psicologo con cui davvero mi sentissi a mio agio, e di cui sentivo di poter avere completa fiducia. Ed in questo sono stata fortunata.
Ciò che suggerirei a chiunque viva qualcosa di simile, ma solo una volta iniziata la terapia, è condividere con le persone cui si tiene di più questa specifica difficoltà. Non so quanto ho pianto con la mia migliore amica, ma so che non erano lacrime tristi. Parlarne con i miei genitori ed al mio compagno ha permesso loro di capire la mia difficoltà, e ricevere indietro un po’ dell’aiuto che ho sempre dato. E non in ultimo smettere di dire sempre si. In questo il training sull’assertività è stata una scoperta che mi ha aiutata a rendere nuovo ogni momento che intendevo vivere diversamente. Come ho letto da qualche parte la felicità è un processo, non uno stato dell’essere. Una direzione, non una destinazione. Si può imparare, ad essere buoni compagni di viaggio per sé stessi.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.
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