Perché scelgo sempre la persona sbagliata? E inevitabilmente si può finire con il chiedersi cosa ci sia di sbagliato in sé stessi. Ripetute delusioni sentimentali toccano i bisogni fondamentali di amore e appartenenza, e possono incidere profondamente sull’immagine di sé. La risposta che la psicologia restituisce a questa domanda è semplice, ma controintuitiva al tempo stesso. Ma può sorprendere, e sollevare dal peso di dolorosi equivoci. Aprire la strada verso nuove possibilità di stare meglio con sé stessi, e vivere in modo appagante il legame con l’altro.
Amore e istinto
Cosa ci guida verso una persona che troviamo speciale? O verso un certo tipo di partner, se guardandoci indietro riconosciamo alcune caratteristiche comuni. In generale siamo attratti da chi suscita in noi particolari sensazioni, emozioni e risonanze. Una sorta di sesto senso romantico connesso a ciò che da sempre abbiamo imparato essere Amore. Dunque, basiamo la nostra scelta per lo più sull’istinto.
L’istinto ci porterà ad avvicinarci a quella persona che per motivi non sempre del tutto chiari sentiamo di desiderare. Ed è con lei che nell’innamoramento scopriremo o riscopriremo le nostre parti più belle. Cose che non immaginavamo di poter essere, fare, o provare. Con lei il mondo diverrà più colorato, caldo e accogliente. Con lei immagineremo e poi progetteremo il futuro, costruendo nel frattempo ricordi preziosi che aiuteranno entrambi nei momenti difficili. Memorie e significati che renderanno più forte il legame permettendogli di resistere agli urti della vita, ed anzi in vario modo di generare altra vita (Johnson, 2019; Mikulincer & Shaver, 2016).
Seguire questo istinto ci porterà a concedere priorità assoluta alla ricerca del piacere, piuttosto che ad un’analisi più puntuale della realtà. Distoglierà il nostro sguardo da aspetti dell’altro che diversamente potremmo temere. Ci imporrà di vincere limiti personali e, se necessario, accettare compromessi imprudenti. Il nostro istinto si fermerà in modo spontaneo su chi sentiremo possa darci ciò di cui abbiamo davvero bisogno, qualunque cosa significhi. E chiameremo tutto questo, Amore (Young, Klosko & Weishaar, 2003; Fonagy & Allison, 2014).
E se l’istinto ci mette nei guai?
In buona parte del mondo la scelta del partner segue l’istinto. Ma in un altro tempo, e ancora oggi in alcune culture, la scelta del partner viene imposta dalla famiglia in base a criteri di opportunità. L’amore poi verrà, o forse no, ma lo scopo primario è migliorare le condizioni economiche di origine.
Nella nostra idea romantica, invece, affidarsi all’istinto ci ha finalmente liberato da relazioni infelici decise dai genitori. L’amore deve obbedire ai sentimenti e non ai soldi, ci siamo detti. Il problema nasce quando scopriamo che rispondere esclusivamente all’istinto può rivelarsi un vero e proprio disastro (Sbarra & Hazan, 2008).
Quell’amica di amici incontrata per caso. Il conoscente all’università con il quale ci sentiamo così in intimità. Lo sconosciuto in strada che dal nulla sembra farci scoppiare il cuore. Quella foto profilo sulla quale i nostri occhi insistono per quel non so che. Rispondendo a simili improbabili casualità, alcuni di noi potrebbero accettare un appuntamento con la felicità. Mentre altri, di delusione in delusione, potrebbero finire col chiedersi ma perché scelgo sempre la persona sbagliata? E pensare che seguire il proprio istinto sia il miglior modo per mettersi nei guai.
Perché scelgo sempre la persona sbagliata?
Per alcuni di noi quell’istinto non sarà migliore del calcolo nella scelta del partner. Non garantirà l’amore ideale né proteggerà dalla sofferenza. Ed anzi alcune relazioni tanto desiderate quanto infelici potrebbero farci chiedere, ma perché scelgo sempre la persona sbagliata? Cosa ho che non va? Ma l’istinto non rinuncerebbe all’ultima parola, specie se crediamo che ascoltarlo incondizionatamente rappresenti l’unica speranza di trovare l’amore.
Spiegherebbe le nostre delusioni con il non aver cercato abbastanza, o afferrato alcune opportunità. La persona giusta è ancora là fuori, ci direbbe. Dobbiamo solo metterci di più in gioco, magari usando anche la tecnologia. E forse una volta messi via tutti i ricordi e dimenticato il nostro ex partner… Forse dopo aver cambiato casa e ripreso in mano la nostra quotidianità… Forse una volta tornati in sesto, forse, la troveremo.
Come scegliamo il partner?
Ma esiste un’altra spiegazione per ciò che forse stai vivendo. Il tuo istinto non ha nulla che non vada, in sé. Solo, non necessariamente ti guida verso chi sa amarti per come ne hai bisogno.
Non ci innamoriamo di chi sa prendersi cura di noi in modo ideale, ma di chi può amarci in modo familiare.
Il tuo istinto non punta alla felicità, ma a quella forma di amore che da sempre ti è più familiare. In caso di reiterate delusioni, lavorare su questo può permetterti di diradare molti degli equivoci che, di volta in volta, potrebbero aggiungersi alla tua esperienza di te stesso e delle relazioni (Young, Klosko & Weishaar, 2003; Simpson & Rholes, 2012).
Cosa significa per te, l’amore?
L’amore che ricerchiamo da adulti ha ingredienti simili all’amore appreso nell’infanzia. Quando dal basso dei nostri pochi anni di vita guardavamo gli occhi di chi si prendeva cura di noi. Da quel genitore dipendevamo in tutto e per tutto. Bere, mangiare, dormire, essere al sicuro, ricevere amore e cure, conoscere sé stessi ed il mondo. Attraverso il legame, letteralmente abbiamo imparato noi stessi e come vivere nel mondo. Un mondo fatto di persone, e relazioni che connettono le une alle altre.
E gli occhi di quel genitore sapevano, o forse no, essere amorevoli, rassicuranti, attenti e felici di noi. Le sue parole potevano, o meno, farci sentire visti ed amati, e tradurre un mondo a volte spaventante in qualcosa di comprensibile e prevedibile. Le sue mani sapevano, oppure no, darci vicinanza emotiva e conforto. Sostenere nei primi passi per poi incoraggiarci ad esplorare luoghi e relazioni senza trattenerci o criticarci. Costruendo anzi la sicurezza che, comunque andasse, tornando da loro avremmo trovato il calore e l’amore di sempre.
Legami precoci che nei primi anni di vita hanno scritto nella mente un’immagine di sé, di come generalmente è l’altro, e di cosa possiamo aspettarci dalle relazioni. Schemi ricorsivi che comprendono sia aspetti sani che caratteristiche problematiche, che in età adulta tenderemo inconsapevolmente a riattualizzare. Istruzioni alle quali il nostro istinto risponde, che possono limitare la capacità di soddisfare in modo sano i propri bisogni (Main, Kaplan & Cassidy, 1985).
La tua verità sull’amore
Così sino ad oggi abbiamo creduto che nell’amore il nostro istinto ci guidasse verso la felicità. Mentre semmai esistesse una verità sull’amore, guardando le cose in questa prospettiva, stiamo però considerando come ci indichi piuttosto la familiarità. In modo del tutto inconsapevole, spesso seguiamo la disposizione a cercare e ricreare nelle relazioni adulte sentimenti e dinamiche già vissute in infanzia, che raramente si limitavano alla sola tenerezza e cure.
L’amore che tutti noi abbiamo conosciuto nei primi anni di vita, comprendeva anche dinamiche disfunzionali o distruttive. Il problema nasce quindi a seconda del grado di disfunzionalità degli schemi internalizzati nel contesto delle relazioni precoci, e nel modo in cui li abbiamo, o meno, risolti.
Queste dinamiche non nascono dal caso. Spesso hanno a che fare con forme di trauma relazionale o esperienze precoci in cui il legame era presente, ma non sempre sicuro, prevedibile o nutriente. Il nostro sistema emotivo impara da lì cosa aspettarsi dall’amore, e tende poi a ritrovarlo, anche quando fa male.
Familiarità, è possibile?
Potresti aver dovuto imparare ad amare un genitore che alternava affetto a momenti in cui si dimostrava emotivamente distante o non disponibile. Partner in grado di darti un amore frammentato da fasi di ansiosa ed eccessiva vicinanza, cui segue prudenza freddezza o ritiro saranno quindi una vecchia conoscenza.
Oppure un genitore per lo più distante e spesso arrabbiato, con scarse capacità affettive. Persone emotivamente poco accessibili, inaffidabili o autocentrate potrebbero riflettere la familiarità che conosci e inconsapevolmente ricerchi.
O ancora un genitore che alternava amore a momenti di aperto rifiuto, maltrattamento o abuso fisico, emotivo o sessuale. Persone il cui amore si sposta bruscamente fra gli estremi della passione verso l’abuso o abbandono, sfortunatamente risuoneranno con ciò che ti è noto, attraendoti.
Esempi che fin qui, semplificando considerano il legame con uno solo dei tuoi genitori. Mentre l’altro genitore ha avuto un ruolo altrettanto importante nel passarti quegli ingredienti che per te, oggi, compongono l’amore. Caratteristiche personali alle quali puoi inoltre aver aderito, o che puoi aver ripudiato. Su queste basi puoi iniziare a capire come da adulti potremmo trascurare alcuni potenziali partner. Potrebbero apparirci eccessivamente equilibrati, maturi, comprensivi e affidabili, ed in modo del tutto inconsapevole risultarci estranei, non meritati o non per noi. Mentre altri ci appariranno più attraenti non perché con loro la vita sarà più serena, ma per la sensazione di quel giusto incontro che genera risonanze profonde (Baldwin et al., 1996; Levy et al., 2011).
La scelta del partner, come funziona
Rendere consapevoli i fattori inconsci che governano il nostro istinto può permettere di gestire meglio o modificare gli schemi disfunzionali. I nostri istinti, cioè quelle forti correnti di attrazione e repulsione, nascono da esperienze complesse che abbiamo vissuto quando eravamo troppo piccoli per comprenderle. Ma rimangono nella nostra mente.
Potremmo desiderare partner con qualità positive come l’intelligenza, un certo fascino o la generosità. Ma anche essere fatalmente attratti da tratti disfunzionali. Ad esempio di chi risulti emotivamente distante o eccessivamente dipendente, ci tratti con superficialità, discredito, abbia il costante bisogno di essere circondato da amici, o non riesca del tutto a controllare i propri impulsi (Brennan & Shaver, 1995; Levy et al., 2011).
Per quanto paradossale, senza questi comportamenti insidiosi potremmo non essere in grado di provare passione o tenerezza con qualcuno. In alternativa potremmo essere stati così traumatizzati da una figura genitoriale, da evitare partner che condividano con essa caratteristiche di qualsiasi tipo. Potremmo ad esempio essere rigidamente intolleranti nei confronti di chiunque ci appaia ad esempio intelligente, meticoloso o appassionato del proprio lavoro, semplicemente perché questi erano i tratti di qualcuno che ci ha causato sofferenza da piccoli.
Scegliere davvero l’amore, cosa può aiutare?
Per scegliere con saggezza il nostro partner dobbiamo realizzare come le nostre compulsioni alla sofferenza, o le rigide fughe dai traumi, condizionino gli istinti di attrazione. Può rappresentare uno dei passaggi fondamentali di un percorso terapeutico, dunque un lavoro non semplice da fare in autonomia. Ma possiamo iniziare a scoprire alcune cose importanti su noi stessi, magari in compagnia di foglio di carta durante un pomeriggio libero. Un punto di partenza è chiedersi che tipo di persone tendiamo ad evitare. Quali qualità, di fatto, non troviamo in molti dei nostri partner precedenti? Non dobbiamo puntare a descriverci come persone giuste o coerenti, ma scoprire le curiose stranezze dei nostri istinti.
Potremmo accorgerci che alcune qualità positive vengono, di fatto, fermate dai filtri del nostro istinto. Che persone eloquenti, intelligenti o solari possono metterci in ansia. O che, di fatto, pur desiderandolo raramente i nostri partner passati si sono rivelati davvero affidabili o premurosi nei nostri confronti. Mentre ancora di fatto, un certo grado di freddezza cinismo o distanza è proprio ciò che risulta in loro. Fa quindi inconsapevolmente parte della strana lista di cose di cui sembriamo aver veramente bisogno per amare (Young et al., 2003).
Conoscenze vitali. Ogni volta che riconosciamo un’avversione, scopriamo un’associazione cruciale nella nostra mente. Ci accorgiamo di un’impossibilità di amare basata su associazioni del passato proiettate nel presente. Se la domanda inizialmente era perché scelgo sempre la persona sbagliata, oggi possiamo chiederci di cosa si componga davvero quell’amore verso il quale l’istinto ci guida. Da cosa ci allontana in realtà, e cosa desidereremmo realmente.
Le frasi racconto, capiamoci meglio
Uno dei modi per arrivare alle associazioni che si nascondono negli angoli della nostra mente, è quello di terminare le frasi racconto che ci permettono di dedurre cosa potrebbe affascinarci o respingerci di una persona. Stiamo cercando di cogliere i pensieri automatici connessi a regole inconsapevoli che guidano le nostre scelte, quindi non pensare troppo alle risposte. Lascia che siano quei pensieri automatici a scriverle per te completando queste frasi.
Se dicessi al mio partner quanto ho bisogno di lui, lui?
Quando qualcuno mi dice che ha davvero bisogno di me, io?
Se qualcuno non ce la fa io?
Non potrei proprio sopportare che il mio partner fosse?
Quando qualcuno mi dice di darmi una regolata io?
Ho sempre finito col perdere di interesse verso persone?
Se dovessi proprio essere sincero sulle mie ansie penso che nascano tutte le volte in cui?
Se il mio partner mi dicesse di non preoccuparmi, io?
Quando qualcuno mi rimprovera ingiustamente io?
Nelle frasi che hai completato, puoi iniziare a scorgere un’immagine dell’altro tipica. Riesci a trovare o dedurre delle qualità positive che, di fatto, risultano assenti? Il modo in cui onestamente pensi e reagisci a stimoli come quelli proposti in queste frasi racconto, è eredità. Ci parla di immagini che abbiamo acquisito su come può essere l’amore. Potremmo iniziare a capire che ciò che cerchiamo nell’altro può non essere una guida particolarmente valida per la nostra felicità personale.
Potrebbe esserti utile anche approfondire i 4 stili di attaccamento nelle relazioni romantiche, e scoprire qualcosa in più su di te svolgendo il test sullo stile di attaccamento.
La psicoterapia e l’amore
Una visione più strutturata della nostra storia emotiva, ci rivela da dove nasce l’attrazione o la repulsione per le caratteristiche di una persona. Scopre quelle associazioni per ciò che sono; generalizzazioni inconsapevolmente costruite durante l’infanzia, quando eravamo predisposti ad imparare il legame e l’amore. Apprendimenti automaticamente trasformati in regole rigide per le relazioni. Potenziali aspetti di ciò che in psicologia prende il nome di trauma complesso. E nel linguaggio comune, ancora una volta d’istinto ma a buona ragione pensato come, trauma dell’infanzia.
Se è parte del lavoro che su cui vuoi puntare in psicoterapia, realizzerai che le qualità che ti piacciono e quelle che temi fortemente, oggi si trovano in mondi diversi da quelli che hai visto nelle persone che per prime ti hanno insegnato l’amore. In un’infanzia che stai iniziando a capire, potendoti così separare da alcuni aspetti indesiderati, ed appartenere a ciò che invece realmente aderisce ai tuoi reali valori e bisogni.
Nei momenti difficili le consapevolezze che raggiungerai porteranno ordine nella confusione, e contribuiranno a ridurre il disagio che potresti provare. Significa iniziare a curare quelle ferite che in passato hanno portato a chiederti perché scelgo sempre la persona sbagliata. Ti offriranno una scelta; gestire meglio il legame con persone che da sempre ti attraggono, riconoscendone le caratteristiche e dinamiche tipiche di funzionamento. O sperimentare legami con persone che sino ad oggi non vedevi, né consideravi come una risposta ai tuoi reali bisogni affettivi.
Baldwin, M. W., Keelan, J. P. R., Fehr, B., Enns, V., & Koh-Rangarajoo, E. (1996). Social-cognitive conceptualization of attachment working models: Availability and accessibility effects. Journal of Personality and Social Psychology, 71(1), 94–109. https://doi.org/10.1037/0022-3514.71.1.94
Brennan, K. A., & Shaver, P. R. (1995). Dimensions of adult attachment, affect regulation, and romantic relationship functioning. Personality and Social Psychology Bulletin, 21(3), 267–283. https://doi.org/10.1177/0146167295213008
Fonagy, P., & Allison, E. (2014). The role of mentalizing and epistemic trust in the therapeutic relationship. Psychotherapy, 51(3), 372–380. https://doi.org/10.1037/a0036505
Johnson, S. M. (2019). Attachment Theory in Practice: Emotionally Focused Therapy (EFT) with Individuals, Couples, and Families. New York: Guilford Press.
Levy, K. N., Ellison, W. D., & Scott, L. N. (2011). Attachment style. In J. C. Norcross, G. R. VandenBos, & D. K. Freedheim (Eds.), APA Handbook of Clinical Psychology: Theory and Research (Vol. 1, pp. 199–215). Washington, DC: American Psychological Association.
Main, M., Kaplan, N., & Cassidy, J. (1985). Security in infancy, childhood, and adulthood: A move to the level of representation. Monographs of the Society for Research in Child Development, 50(1-2), 66–104. https://doi.org/10.2307/3333827
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in Adulthood: Structure, Dynamics, and Change (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Sbarra, D. A., & Hazan, C. (2008). Coregulation, dysregulation, self-regulation: An integrative analysis and empirical agenda for understanding adult attachment, separation, loss, and recovery. Personality and Social Psychology Review, 12(2), 141–167. https://doi.org/10.1177/1088868308315702
Simpson, J. A., & Rholes, W. S. (Eds.). (2012). Attachment theory and close relationships. New York: Guilford Press.
Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema Therapy: A Practitioner’s Guide. New York: Guilford Press.
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Le tue domande frequenti
Perché spesso, all’inizio, non stai scegliendo con la parte più lucida di te, ma con quella più attivata emotivamente. All’inizio di una relazione entrano in gioco speranza, idealizzazione, desiderio di essere scelti. In questa fase, segnali importanti vengono minimizzati o reinterpretati. Una distanza diventa “indipendenza”, una critica diventa “carattere forte”, un’assenza diventa “momento difficile”. Solo quando il legame è già emotivamente investito, e magari quando il costo inizia a diventare alto, alcune cose diventano impossibili da ignorare. Semplicemente, non eri ancora pronto a sentirle per quello che erano. Accorgersene “tardi” più che ingenuità, dice che una parte di te stava cercando qualcosa di importante, come l’appartenenza, il bisogno di conferma e sicurezza, e ha provato a ottenerla come poteva.
Significa che quella relazione non stava nutrendo solo l’amore, ma anche un bisogno emotivo profondo, che vale davvero la pena capire meglio. Quando una persona ci manca in modo quasi fisico, spesso non è solo la sua presenza a mancare, ma ciò che rappresentava. Sentirsi visti, desiderati, speciali, oppure semplicemente non soli.
Anche una relazione dolorosa può svolgere questa funzione. La mancanza intensa d’altra parte non è una prova che quella relazione fosse giusta. Spesso è solo il segnale che stava coprendo un vuoto che ora è tornato visibile. E questo rende la separazione due volte più difficile, perché perdi l’altro e perdi il modo in cui riuscivi a reggerti emotivamente. Dare un senso a questa mancanza è fondamentale per non tornare indietro solo per smettere di soffrire.
Può essere probabile che, anche se fa male dirlo, quel tipo di distanza ti è familiare. Non ti piace, ma il tuo sistema emotivo ha imparato molto presto a muoversi in quelle aree. Aspettare, adattarsi, cercare di essere all’altezza, sperare che prima o poi l’altro si avvicini. È un terreno conosciuto, per quanto faticoso. Una persona distante o critica può riattivare l’illusione che, impegnandoti abbastanza, questa volta potrai ottenere ciò che prima è mancato. Non stai scegliendo la distanza per farti male, ma perché senza accorgertene cerchi una riparazione.
Il problema è che, finché questa dinamica resta invisibile, la scelta continua a ripetersi. Quando invece diventa riconoscibile, qualcosa può finalmente cambiare.
Sì, ma non attraverso la sola volontà. Quello che spesso chiami istinto non è qualcosa di innato e immutabile, ma un insieme di reazioni emotive apprese. Ciò che il tuo corpo riconosce come familiare, prevedibile, gestibile. Anche quando è doloroso. Cambiare significa imparare a fermarsi prima, a non seguire automaticamente quella spinta automatica, a saperle darle un senso. Col tempo, quando nuove esperienze emotive diventano possibili, anche ciò che senti come “istintivo” può trasformarsi. Non è un lavoro rapido ma è possibile. E soprattutto non chiede di rinnegare te stesso, ma di ascoltarti in modo diverso.
Questa è una delle paure più grandi: “E se mi stessi accontentando?”
Una relazione più sana, all’inizio, può sembrare meno intensa proprio perché non attiva l’allarme emotivo a cui sei abituato. Non ti tiene in sospeso, non ti costringe a rincorrere, non ti fa dubitare continuamente di te. Questo non significa che sia vuota. Significa che il tuo sistema emotivo sta imparando a muoversi in un territorio nuovo.
La fiducia, in questi casi, non nasce da un colpo di fulmine, ma da una continuità di piccoli segnali. Coerenza, rispetto, possibilità di essere te stesso senza dover dimostrare nulla. Darsi tempo è fondamentale, e lo scopo non è convincersi ma solo per permettere di vivere sensazioni diverse dal solito, che in fondo, pur nella presunta intensità, sempre il solito rimane.
Sì perché non lavora sulla scelta in sé, ma su ciò che guida quella scelta. In terapia non impari chi scegliere, ma inizi a riconoscere quando stai cercando conferma, quando stai evitando una paura, quando stai ripetendo qualcosa che conosci fin troppo bene. Questo porta, nel tempo, a un cambiamento profondo. Non devi più lottare contro te stesso per scegliere diversamente. Molte persone scoprono che, a un certo punto, le relazioni che prima sembravano irresistibili perdono presa, mentre altre, prima ignorate, diventano desiderabili. Non perché migliori in tutto e per tutto, ma perché finalmente non devi più farti male per sentirti coinvolto.
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