Skip to main content
Solitudine, ciò che non ci è stato detto

Solitudine, ciò che non ci è stato detto

Aggiornato il: 7 Mag, 2026

Siamo fatti di relazioni. Se riavvolgessimo il nastro della nostra vita sino ai primi giorni, potremmo vederlo nello sguardo dei nostri genitori. In chi cercavamo per avere conforto dopo un brutto sogno, chiedere il perché delle cose o condividere ciò che ci sorprendeva e meravigliava. Nella mano che stringeva la nostra attraversando la strada, durante la fiaba della buona notte, in chi ci ha insegnato a prenderci cura di noi stessi. Nel modo in cui siamo o non siamo stati abbracciati, capiti ed amati, c’era un bambino piccolo che silenziosamente disegnava un’immagine di sé stesso, degli altri, e del mondo. E dell’adolescenza vedremmo la voglia e l’urgenza di andare oltre la famiglia. Di scoprirci in quel mondo fino ad allora solo osservato. Storie di amici e primi amori, giornate splendide o tormentate, e quel bisogno di sentirci accettati e riconosciuti. Verso un’appartenenza ancora una volta fatta di relazioni.

Autostima, valore personale, la nostra amabilità ed efficacia; è davvero difficile costruire un senso positivo di sé in totale solitudine, perché abbiamo bisogno di rivederci negli occhi dell’altro. Sentirci accettati nonostante i nostri difetti, o capire che degli sforzi in più ci sono richiesti per stare meglio. Non possiamo provare quella sensazione di sicurezza e riconoscimento, vivendo il nostro tempo per lo più da soli.

Se la relazione è la base di qualunque forma di crescita ed evoluzione, nel sentirci soli c’è una spia rossa che ci motiva verso la relazione. Un dolore sociale che avverte del pericolo di rimanere tagliati fuori dal branco, dagli altri, che sono per noi risorse concrete, affetto, crescita e vita.

Solitudine, è sempre un problema?

Percorsi di vita particolarmente difficili possono incidere in modo drammatico sulla visione di sé, dell’altro e delle relazioni. Per un bambino trascurato, maltrattato o abusato, quel genitore che dovrebbe dare amore e proteggere coincide con ciò che spaventa e ferisce. È un bambino che allora non chiederà né si aspetterà nulla dall’altro. Imparerà sin da piccolo ad essere autonomo. E nella vita adulta ricercherà la distanza e la solitudine come qualcosa di necessario, ed anzi confortante.

Più frequente è invece vivere la solitudine come una spiacevole tendenza attribuita a motivi generici come la timidezza. Cadere o ritirarci in una solitudine non desiderata in seguito a problemi o eventi particolari. O viverla come uno stato del momento che ci coglie di sorpresa, nel sentirci soli ad esempio in famiglia, con i nostri amici o insieme alla persona che amiamo.

Solitudine e percorsi di vitaMa possiamo anche volontariamente ricercare la solitudine, trovandola per un certo periodo rigenerante ed anzi arricchente. Concedersi un tempo per sé stessi nella tranquillità di un posto amato, o perseguendo un obiettivo importante. Si può a volte essere soli ma in ottima compagnia con sé stessi.

Questa pace e sicurezza riflettono la personalità? Gli obiettivi? O c’è dell’altro? Cosa ci porta davvero dentro la solitudine? Cosa ti trattiene al suo interno? Un buon inizio è capire cosa ci trattiene perfino dal parlarne.

Perché è difficile parlare di solitudine?

La solitudine porta con sé una profonda vergogna. È un’emozione insidiosa, pungente, che tendiamo a nascondere all’altro. Si attiva a protezione della nostra identità sociale, quando pensiamo di avere comportamenti non compatibili con il gruppo di riferimento. Ci motiva a riallinearci per prevenire il rischio dell’esclusione, o per essere accettati.

Può spingerci a pensare: “Se sono rimasto solo è perché non valgo un gran che. E se ne parlassi a qualcuno di certo penserebbe questo di me. E poi come potrei farlo? Come spiegare davvero ciò che vivo? No sarebbe solo peggio. Meglio non parlarne. Meglio fare finta di nulla”.

Soitudine e vergognaCosì spendiamo molte energie per nascondere la nostra solitudine, proprio come si fa con la vergogna. Tentiamo anzi di renderci desiderabili ostentando una serenità sempre più difficile da esprimere in modo credibile. Perché giorno dopo giorno questo bluff ci mortifica, ci fa dubitare davvero del nostro valore e di poter contare su noi stessi per uscirne. Mentre nel frattempo aumenta la distanza dall’altro, ed ancora la vergogna. Ma davvero la solitudine è legata al valore personale? O ha una storia molto diversa?

Non siamo i nostri comportamenti, né il modo in cui reagiamo ad eventi precedenti. Ed è molto probabile che parlarne interrompa un sistema di cose che non abbiamo mai scelto. Che il solo parlarne ci restituisca a noi stessi ed all’altro. Permettere alla vergogna di sabotarci, è l’equivoco che più ci intrappola nella solitudine.

Non siamo gli unici, non siamo strani, e non siamo affatto soli nella solitudine.

Solitudine, un luogo affollato

Uno studio longitudinale del 2017 esplora la solitudine in un ampio campione del Regno Unito (90.000 soggetti). Viene chiesto a ciascun partecipante con quale frequenza si sentisse solo. Era possibile rispondere “quasi mai o mai”, “qualche volta”, o “spesso”. Di seguito la percentuale di persone che riferiscono di sentirsi spesso sole

  percentuale di persone che si sentono sole  

È una fotografia della realtà. Intorno ai 18 anni almeno il 20% delle persone si sentono spesso sole.

  • La prima età adulta (18 anni) mostra il maggior picco di intensità. Vorremmo avere un progetto di vita chiaro, ed entrare serenamente nel mondo dell‘università e del lavoro. Vivere un amore appagante, ed avere amici che siano un punto di riferimento sicuro. Sono compiti evolutivi molto difficili, legati a variabili non sempre dipendenti da noi. Più studi indicano anzi che la transizione verso università e lavoro spesso coincide con una fisiologica perdita delle relazioni precedenti. Già questo rende più probabili difficoltà di tipo ansioso e depressivo, sentimenti di vuoto, alienazione, percezione negativa degli altri e disagi legati all’autostima.
     
  • Intorno ai 50 anni un ulteriore picco di intensità coincide con transizioni di vita come il divorzio, variazioni socioeconomiche dovute al riadattamento allo status di single, o alla perdita del lavoro. Ulteriori stressor frequenti riguardano difficoltà famigliari legate alla coppia, ai figli (fase del nido vuoto), o alle famiglie di origine (gestione della terza età).
     
  • Oltre gli 80 anni c’è un ulteriore picco di intensità dovuta all’ineluttabilità della perdita. Limitazione o perdita dell’autonomia fisica, perdita delle relazioni significative di una vita, e progressiva riduzione delle abilità cognitive.

La solitudine in Italia

Da un’indagine Eurostat l’Italia sembra essere il paese europeo in cui più si soffre di solitudine.

  • Il 13,2% degli italiani riferisce di non avere una persona alla quale chiedere aiuto
  • L’11,9% degli italiani non ha nessuno con cui parlare dei propri problemi personali I valori medi negli altri paesi europei si fermano al 6%.

 

La solitudine percepita in Italia

Sono proprio così, o mi difendo da qualcosa?

È la domanda di chi sta andando oltre il jolly della timidezza, o l’equivoco di non valere nulla. Spesso facciamo cose che non ci appartengono solo per non provare emozioni spiacevoli. E per la stessa ragione evitiamo cose che fanno invece parte di noi, e di cui abbiamo davvero bisogno. Quel di più che facciamo o che evitiamo, può divenire un’abitudine che nel tempo ci caratterizza. Ma non per questo riflette la nostra personalità.

Ansia e solitudine, quanto costa difendersi

Se l’ansia popola la nostra mente, in modo non sempre consapevole domina anche i nostri comportamenti. L’ansia può farci divenire insicuri ed eccessivamente cauti, sottraendoci alle nuove conoscenze e ponendo una distanza nelle relazioni di ogni giorno. Può portarci ad evitare posti, situazioni, persone, pensieri, ricordi e sentimenti, e ad essere inibiti, compiacenti o schivi.

Come strategia a breve termine è vero, l’evitamento limita l’ansia. Ma sul lungo termine ha un costo enorme che paghiamo in solitudine. Privare l’altro di ciò che siamo ponendo una distanza fra noi ed il mondo, fatta di discorsi di circostanza, inibizione, compiacenza, risposte vaghe o silenzi su come ci sentiamo e cosa realmente pensiamo.

Ancora sulla Vergogna,

Ma non è primariamente l’ansia che ci porta ad evitare gli altri. La vergogna è a salvaguardia della nostra identità sociale. Se crediamo di non rispecchiare le regole del gruppo, ci vediamo spiacevolmente diversi o non all’altezza degli altri, proviamo vergogna. Come ogni emozione si attiva in seguito alle nostre personali valutazioni, che dipendono da ciò che pensiamo di noi stessi e degli altri.

Nelle situazioni in cui ricorrentemente proviamo vergogna rinforziamo un’idea negativa di noi stessi, e possiamo cadere nell’equivoco che tutto ciò che facciamo sia sbagliato. Che noi stessi siamo sbagliati. Ciò può portare a nascondersi, piuttosto che risolvere in modo efficace ciò che le -Nostre- emozioni si limitano a segnalarci.

Solitudine e vulnerabilità al rifiuto

Perché il contatto con l’altro è diventato motivo di ansia e vergogna?

Molte persone percepiscono un chiaro disagio nelle relazioni con gli altri. Un forte conflitto interno fra il bisogno fondamentale di essere amati, visti e riconosciuti, ed il bisogno di proteggersi da un possibile rifiuto.

Il timore del rifiuto può attivare varie strategie di protezione. Può ad esempio portarci ad apparire freddi, impersonali, distanti, vaghi, screditanti, arroganti o irritati. Ma proteggerci significa impedire concretamente all’altro di vedere il nostro bisogno di contatto emotivo, e spesso attivare cicli interpersonali che conducono proprio al rifiuto. Qui puoi saperne di più, su quali strategie usiamo per la solitudine e come combatterla.

Quando il timore di essere rifiutati copre i nostri bisogni affettivi e di riconoscimento, critica, derisione, svalutazione, rifiuto, frustrazione di bisogni fondamentali di contatto emotivo e cura, fanno parte della nostra storia precoce. Da qui la distanza protettiva che in età adulta continua ad accompagnarci, nonostante il suo prezzo.

Dr Festo Terenzio calendario prenotazioniIl primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.

Approfondimenti

Se in ciò che leggi riconosci aspetti della tua esperienza, o desideri approfondire meglio alcuni temi, qui sotto trovi articoli che potrebbero interessarti. Se invece stai cercando uno psicologo a Roma Balduina o vuoi maggiori informazioni sul percorso di psicoterapia online, puoi consultare anche le pagine dedicate.