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Stile di Attaccamento Distanziante, da dove nasce e come gestirlo

Stile di Attaccamento Distanziante, da dove nasce e come gestirlo

Aggiornato il: 7 Mag, 2026

Lo stile di attaccamento distanziante nell’adulto esprime un equilibrio costruito nel tempo, in cui autonomia e autocontrollo sono diventati valori profondi. Chi si riconosce in questo stile può sentirsi sicuro nella propria indipendenza, e vivere con prudenza tutto ciò che nelle relazioni appare troppo intenso, richiedente, forse invasivo e allora potenzialmente pericoloso. Un legame può essere desiderato, percepito come importante e prioritario, ma quando chiede maggiore continuità o quotidianità, può farsi strada il bisogno automatico di proteggere i propri confini. Spinte interne che sollecitano il recupero di una distanza sia emotiva che concreta. Lo scopo implicito è difendere quegli spazi di autonomia che, più delle relazioni, hanno garantito fino a quel momento sicurezza e un senso di realizzazione personale.

Nella teoria dell’attaccamento questo movimento viene descritto come disattivazione del sistema di attaccamento. Quando la relazione tocca bisogni profondi, la persona tende a ridurre il contatto con ciò che prova, ridimensionare il bisogno del legame, e riavvicinarsi rapidamente a una posizione di autosufficienza. Si tratta di una strategia appresa molto presto, che ha avuto una funzione realmente protettiva. Capire come funziona lo stile di attaccamento distanziante permette di leggere con maggiore chiarezza aspetti di sé e della propria esperienza attuale che altrimenti resterebbero confusi, e talvolta inspiegabilmente dolorosi. Fra un’intimità desiderata e una cauta distanza che a volte protegge, mentre altre finisce per sottrarre proprio ciò che solo nella relazione è possibile trovare.

Lo stile di attaccamento distanziante nell’adulto

Lo stile di attaccamento distanziante fa parte degli stili insicuri, assieme allo stile preoccupato e timoroso-evitante. Chi di noi ha uno stile di attaccamento distanziante dall’esterno può apparire solido, autonomo e razionale, ma al tempo stesso sentirsi in difficoltà quando il legame diviene più intenso, e domanda quotidianità. Il desiderio di contatto emotivo è ben presente, ma contenuto da difese automatiche che limitano la possibilità di dipendere affettiva dall’altro. Come dire che su sé stessi si può sempre contare, sul legame no. Bowlby (1969) descrive l’esordio di questa dinamica nei vissuti del bambino piccolo, che a fronte di un genitore distante, ansioso, iperprotettivo o invasivo, progressivamente sposta la sua fiducia dalla relazione verso sé stesso.

Mikulincer e Shaver (2003) chiariscono bene che questa difesa consiste in una disattivazione del sistema di attaccamento, necessaria a tutelare il sé e regolare le emozioni. La relazione non è per lo più una risorsa. Non c’è l’aspettativa che l’altro sia davvero in grado di sintonizzarsi con i nostri bisogni e darci amore, lasciandoci liberi di essere noi stessi ed esprimerci nel mondo. Più facilmente l’altro può invaderci con la sua ansia, divenire richiestivo, costrittivo o limitante. Tutto ciò porta a una riduzione del contatto con alcuni stati affettivi, soprattutto quelli legati al bisogno e alla vulnerabilità. Vissuti che esistono, ma vengono razionalizzati e contenuti entro margini più tollerabili.

Lo stile di attaccamento distanziante nell'adulto, come funziona?

Lo stile di attaccamento distanziante nell’amore

Nell’amore e nelle relazioni significative, lo stile di attaccamento distanziante assume la forma di una vicinanza prudente. Il legame significativo è anche un territorio pericoloso quando chiede maggior continuità, reciproca dipendenza e negoziazione dei bisogni. In questi frangenti possono comparire aspetti di ritiro, freddezza, minimizzazione di ciò che si prova, o svalutazione della relazione. Ciò che spesso emerge è allora una forma di autosufficienza che può apparire solida, ma è sfortunatamente anch’essa basata sul limite, cioè su un restringimento del campo emotivo e relazionale.

Stile di Attaccamento Distanziante, da dove nasce e come gestirlo

Da dove nasce lo stile di attaccamento distanziante?

Lo stile di attaccamento distanziante comporta un maggior livello di evitamento delle relazioni strette e dell’intimità. Gli studi pilastro della Ainsworth (1978) sul bambino piccolo, categorizzano questi pattern proprio come stile di attaccamento evitante. Nell’esperienza precoce di attaccamento, l’espressione dei naturali bisogni emotivi ha spesso trovato un genitore non disponibile, rifiutante o al contrario invasivo. La relazione non concedeva quelle attenzioni, calore e riconoscimento che costruiscono sicurezza. Il genitore appariva invece di fatto trascurante. oppure ansioso e invasivo. Queste dinamiche, spesso si sviluppano in modo del tutto involontario e inconsapevole. Ad esempio nel genitore con aspetti non risolti, sofferenza di coppia o di altra natura, che d’abitudine lascia passare nella relazione emozioni negative complesse, che un bambino non ha gli strumenti né emotivi né cognitivi per poter sostenere. Anche in questo stile di attaccamento, esiti di trauma complesso sono frequenti e ben documentati. 

Stile di attaccamento distanziante cause

Ciò spiega come mai nei legami adulti, all’aumentare dell’intimità compaiano schemi di soppressione delle emozioni ed evitamento. Sono strategie consolidate che permettono alla persona di mantenere almeno in superficie una sensazione di non vulnerabilità, perseguita attraverso l’autonomia. Nella storia di vita precoce della persona con stile di attaccamento distanziante, non prevale l’idea che i legami sentimentali possano essere fonte di gratificazione, perché non è ciò che da sempre si è appreso. Convinzioni codificate nei propri schemi precoci, raccontano invece una sofferenza di fondo gestita attraverso la disattivazione dell’attaccamento, e l’evitamento (Mikulincer & Shaver, 2016).

Breve lista per genitori premurosi, cosa non fare mai:

  • Negare sistematicamente la propria vicinanza fisica, il proprio sorriso, coccole e parole confortanti quando il bambino si mostra angosciato.
  • Invalidare l’espressione delle sue emozioni. Vanno restituite e modulate con il tuo sguardo, e capite assieme attraverso le parole quando il bambino impara a parlare. Ciò perché impari a leggere i propri stati mentali, e sappia di essere visto, capito e amato dal proprio genitore.
  • Far vergognare il bambino per le proprie emozioni, siano esse di tristezza pianto rabbia o momenti di vulnerabilità.
  • Usare il silenzio come strumento punitivo.
  • Screditare, minimizzare o deridere il bambino nei suoi bisogni o nelle sue difficoltà
  • Evitare il contatto emotivo e fisico con il bambino nelle naturali occasioni quotidiane (risveglio, viaggio verso l’asilo, gioco, presenza di estranei o in ambienti nuovi, fiaba della buonanotte, o quando il bambino ne mostri il bisogno)

Come si manifesta lo stile di attaccamento distanziante

Autonomia e indipendenza

Libertà ed indipendenza sono fondamentali per te. Non vuoi dipendere da nessuno, e spesso potresti percepire alcune richieste del tuo partner come costrittive o soffocanti.

Forte fiducia in sé

Mostri di avere fiducia in te, hai imparato molto presto a contare solo su te stesso. Non guardi all’altro per cercare rassicurazione o supporto emotivo, e per questo nei momenti di difficoltà sei difficilmente raggiungibile. Ma proprio queste caratteristiche ti portano ad investire molto sul tuo sviluppo professionale, ed è probabile che ogni successo costruisca un pezzo in più di autentica autostima. Potresti nutrire forti timori di fallimento, o trovare nel perfezionismo un ostacolo silenzioso.

Evitamento dell’espressione emotiva

Tendi a non esprimere le emozioni che provi, ed in più modi spesso desidereresti allontanartene. Un partner che ti spinga ad aprirti o manifestare i tuoi sentimenti, che ti chieda insistentemente maggiori attenzioni, dover dipendere dall’altro, sentirti criticato dalle persone cui tieni, sentirti fuori controllo, sono alcuni esempi di trigger che in te sollecitano strategie di disattivazione dell’attaccamento e soppressione delle emozioni. Generalmente conducono ad una minimizzazione del disagio attraverso la razionalizzazione e il distanziamento dagli altri. Nel tempo però, sfortunatamente rendono confuso il tuo mondo interno, sino ad impedirti di vedere chiaramente le tue paure, emozioni, e reali bisogni.  

Una storia di brevi avventure

Relazioni brevi o disimpegnate prevedono un basso rischio, ti permettono di avvicinarti all’intimità senza rischiare ti travolga. Puoi avere molto interesse per una persona, ma la vicinanza emotiva protratta nel tempo può metterti a disagio. L’avanzare dell’altro nei tuoi spazi, nelle tue relazioni e decisioni. L’inevitabile richiedere e guadagnare diritti può spaventarti. Ma non si tratta solo di rinunciare al controllo esclusivo della tua vita, quanto dei rischi legati all’impegno emotivo. Tutto ciò può a volte importi di chiedere all’altro di rallentare, o chiudere la relazione se trovi non esistano le condizioni.

Il partner perfetto

Partner troppo amorevoli, accudenti, coinvolti, richiedenti o controllanti non possono far parte dei tuoi progetti a lungo termine. Se da una parte provi attrazione verso persone in grado di stimolarti, spesso questo non si concilia con l’intenso coinvolgimento emotivo che può seguire. Un partner sufficientemente sicuro può essere in grado di intuire la tua giusta misura. Modulare uno scambio emotivo intenso ma rispettoso dei tuoi confini. In alcune circostanze o momenti di vita, tuttavia, a spaventarti può essere proprio la natura “finalmente possibile” di una relazione. A ciò può seguire un autosabotaggio che spesso si realizza nell’eccessivo criticismo verso il partner, diretto a comportamenti trascurabili o comunque attesi in una relazione. Se l’autosabotaggio ha luogo secondo modalità inizialmente non consapevoli, di solito alcuni dei suoi segni divengono per te in seguito riconoscibili, e soggetti ad autocritica.

Come puoi gestire le difficoltà che vivi?

Uno stile di attaccamento Distanziante nasce da vissuti precoci, ai quali per necessità hai risposto minimizzando l’importanza del legame, disattivando l’attaccamento, e l’espressione emotiva comportamentale. I costi sono elevati perché implicano la rinuncia a stabilire un legame autentico e profondo con l’altro. Si tratta di strategie che nei primi anni di vita ti hanno permesso di adattarti ad un ambiente emotivo difficile. Strategie oggi non più necessarie, e probabilmente non sempre in linea con ciò che desideri. La base di partenza per integrare uno stile più sicuro, è il confronto con le emozioni nel contesto di una relazione terapeutica sicura. Connetterti ai tuoi stati emotivi e mentali, acquisire gli strumenti per comprenderli e gestirli, e sperimentare strategie alternative che ti permettano di avere una diversa esperienza interna della relazione profonda. Ma prima di allora potresti voler accettare la sfida di esplorare autonomamente te stesso, le tue emozioni, ed un diverso modo di essere connesso all’altro. Potresti provare ansia, emozioni e sentimenti cui non riesci a dare un nome. Ondate emotive e lievi stati dissociativi potrebbero ostacolarti. Le giuste informazioni provenienti da fonti scientificamente autorevoli possono esserti di aiuto. Se cerchi delle coordinate guarda la bibliografia a fondo pagina. Puoi iniziare passando qualche ora in buona compagnia con un libro che probabilmente troverai interessante (guarda in bibliografia, lo trovi in asterisco). Nel frattempo:

Connettiti alle tue emozioni

Le emozioni non sono intrinsecamente negative. Ansia, rabbia, paura, vergogna, disgusto, non ti dicono la verità delle cose, ma come stai interpretando ciò che vivi. Sono informazioni molto importanti perché ci aiutano a comportarci coerentemente con i nostri obiettivi. Inizia a piccoli passi, dando un nome alle emozioni che provi. Può sembrare un compito facile ma non lo è affatto. Spesso si confonde l’ansia con molte delle emozioni che si nascondono dietro di lei. Ed ancora più spesso la rabbia può rendere invisibile la tristezza che provi, o la vergogna. Il solo sperimentarli e riuscire a rimanere con quell’emozione, per quanto spiacevole, ti permette sempre di più di accettarla, ed usarla.  

Comunica con i tuoi cari

Non significa metterti a nudo né parlare dei tuoi pensieri più intimi, ma semplicemente comunicare all’altro le tue emozioni. Riconoscerle e nominarle rende già a te meno misterioso e confuso ciò che provi, lo rende chiaro all’altro, e ti permette di divenire più competente su te stesso e ciò che vivi.

“Cinema stasera? Mi sarebbe piaciuto ma preferisco guardare un po’ di tv a casa da sola. Sono stanca per via del lavoro, ho proprio bisogno di spegnere la testa. Ok mi andava di uscire ma.. va bene.. allora vengo da te e la guardiamo insieme? Sei carino a dirlo, anzi mi sento anche un pò in colpa. Ma sto lavorando troppo e mi sento continuamente in ansia e stressata. Stasera ho bisogno di recuperare a modo mio.”

È un’interazione breve che dà l’idea di come nella vita di ogni giorno, anche davanti ad un’insistenza si possa dire un no ragionevole, comprensibile ed accettabile. Perché risulti tale, devi motivarlo, ed esprimere le tue emozioni. Questo crea una connessione con l’altro e gli permette di entrare meglio nella tua esperienza. L’assertività è una qualità positiva che deve essere esercitata, e comprende l’espressione delle proprie emozioni. Diversamente è più facile essere aggressivi o passivi. Acquisire l’abitudine di essere emotivamente onesti con sé stessi e con gli altri, risulta incredibilmente liberatorio e terapeutico.

Riconosci le tue strategie di disattivazione

Sentire che il tuo partner si avvicina troppo può far nascere quella tipica sensazione di soffocamento che spegne ogni desiderio di contatto, e da lì la soppressione delle emozioni e l’evitamento. Questo è solo un esempio di una classe di stimoli; un avvicinamento del partner percepito come eccessivo, che può determinare una tua risposta di soppressione emotiva ed evitamento. Ma in realtà puoi averne diverse. Sentirti dipendente da un’altra persona. Sentire un atteggiamento critico o invalidante nei tuoi confronti. Percepirti impotente in alcune situazioni. Sono solo alcuni esempi per stimolarti a riconoscere i tuoi schemi e le tue strategie associate; quali stimoli ricorrentemente sollecitano quali tue risposte? Non puoi cambiare ciò che non conosci.

Sfida il pensiero negativo

C’è un momento preciso in cui durante alcune interazioni quotidiane ci aspettiamo il peggio dal prossimo. Solo a posteriori spesso di rendiamo conto di aver pensato male mossi solo dai nostri timori. Cerca di riconoscere quel momento, e di prestare attenzione al tuo atteggiamento successivo. Diventare più consapevoli della tendenza a vedere l’altro come negativo, può migliorare le tue relazioni interpersonali, il senso di inadeguatezza che ne consegue, ed il tuo rapporto con te stesso.  

Lavora con il tuo terapeuta

Stile di Attaccamento Distanziante, da dove nasce e come gestirloLavorare in terapia individuale o di coppiapuò essere estremamente utile per integrare il tuo stile di attaccamento distanziante con schemi più sicuri. Lavorare sui tuoi schemi precoci significa riscrivere le convinzioni fondamentali su te stesso, sugli altri e sulle relazioni. Concedersi esperienze emotive correttive, che modifichino gli esiti di quegli apprendimenti precoci, che oggi sono divenute modalità automatiche di pensiero, emozione e comportamento.

Fonti bibliografiche

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.

Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment (2nd ed.). New York: Basic Books

Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2003). The attachment behavioral system in adulthood: Activation, psychodynamics, and interpersonal processes. Advances in Experimental Social Psychology, 35, 53–152

Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in Adulthood: Structure, Dynamics, and Change (2nd ed.). New York: Guilford Press.

* Attili, G. “Attaccamento e legami. La costruzione della sicurezza”. (2018)

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Le tue domande frequenti

Come capire se la sua chiusura dipende dallo stile di attaccamento distanziante o se ha perso interesse?

Molto spesso è una domanda che mi viene portata da chi vive relazioni caratterizzate da aspetti ricorrenti di evitamento. Non ho, e non posso avere una risposta onesta, perché non esiste un’euristica generale che possa confortare una certezza. Ma posto che non è utile generalizzare, alcune tipicità potrebbero confortare o meno delle ipotesi sensate, a volte perfino probabili. Una persona con stile distanziante può prendere distanza anche quando il legame inizia a diventare significativo, soprattutto dopo momenti di maggiore vicinanza. Quando davanti a delle stasi si chiedono dei chiarimenti o anche solo piccoli passi avanti nella relazione. In questi casi il ritiro può essere una difesa più che disinteresse. Ma il momento di vita dell’altro conta molto, così come le prospettive che di conseguenza vede, o non vede in un rapporto.

Di solito è più probabile che ci sia una disattivazione quando la distanza compare in modo brusco ma situazionale, per lasciare poi spazio a qualche segnale di ritorno. Diverso è quando il distacco diventa stabile, continuo, e si accompagna allora a un disinvestimento più netto.

Più che leggere ogni singolo gesto, spesso aiuta osservare l’andamento complessivo. Non solo se si allontana, ma anche se spontaneamente torna. Non solo quanto tace, ma se riesce ancora a tenere il legame dentro di sé.

Le persone con stile di attaccamento distanziante provano davvero amore?

Naturalmente sì, lo provano come ognuno di noi. Il punto non è l’assenza di sentimento, ma la difficoltà a restare in contatto con ciò che sentono quando il legame diventa più intenso. Possono desiderare vicinanza, affetto, provare mancanza e un intenso coinvolgimento. Ma proprio quando il rapporto “rischia di salire di livello”, può attivarsi il bisogno di ridurre l’esposizione emotiva.

Quando una persona con stile distanziante chiede spazio, quanto è utile rispettarlo e quando invece consolida un problema?

Rispettare lo spazio dell’altro è in genere non solo utile ma anche vantaggioso per sé stessi.

Forzare un sentimento e delle abitudini, nella mia esperienza non concede mai nulla di buono, nè di vero. Inoltre inseguire o incalzare è un brutto modo di vivere, che per altro rende anche più probabile una chiusura. Per una persona con stile distanziante sentirsi sotto pressione intensifica il bisogno di allontanarsi. Questo però non deve portare ad accettare qualunque silenzio, distanza o atteggiamento spiacevole. C’è una misura e dei confini, oltre i quali la propria stessa personalità scompare anche agli occhi dell’altro.

C’è differenza tra uno spazio che serve a ritrovare equilibrio e uno spazio che lascia l’altro sospeso e solo. La domanda allora non è solo quanto spazio dare, ma se dentro quello spazio resta una responsabilità verso la relazione. Un legame può tollerare una pausa, e spesso trae anzi nutrimento dalla giusta distanza. Quella che permette di vivere il mondo e poi portarlo nella coppia. Ma ogni coppia deve poter trovare un equilibrio che sia possibile e appagante per entrambi.

Una persona distanziante sente la mancanza dell’altro dopo una rottura?

Potrei dire molto spesso sì, anche se di solito il partner distanziante nasconde questo aspetto di dipendenza, che percepisce come vulnerabilità. Ma è una risposta che viene dal ricordo di molte coppie che confrontandosi con queste dinamiche, pur fra momenti di chiusura o ritiro, avevano di fatto una storia. Cioè una relazione esclusiva che anche nelle difficoltà procedeva nel tempo, scoprendo quindi l’intenzione di entrambi di trovare un equilibrio, e crescere insieme.

Diversamente, in una distanza che perdura senza alcun segnale, è importante iniziare ad accettare la perdita. Rivalutare, disinvestire, e spostarsi sulla cura di sé, piuttosto che rimanere con lo sguardo al passato, verso un’amore che potrebbe essere peduto, come a volte è naturale che accada.

Le persone con attaccamento distanziante tornano dopo essersi allontanate? E cosa significa quando tornano?

A volte tornano, sì. Ma anche qui, è forse più utile tutelarsi proteggendosi da generalizzazioni, che potrebbero avere il solo apparente vantaggio di cullare un’illusione che plachi l’ansia.

In queste faq do voce a domande che ascolto all’inizio di diversi percorsi terapeutici, e chi me le pone ha spesso occhi desolati, se non disperati. 

Il ritorno da solo non basta a chiarire il significato del legame. Alcune persone tornano perché la distanza ha abbassato l’attivazione, e ora riescono di nuovo a sentire il bisogno dell’altro. Altre tornano perché la perdita riattiva il bisogno di un legame (non necessariamente del vostro legame). Altre ancora non torneranno mai, e in futuro potrebbero lasciarsi coinvolgere nuovamente se le condizioni del momento, e i ritagli di tempo disponibili, sono compatibili con i bisogni di quella certa fase.

Il punto allora non è solo se tornano, ma come tornano. Conta se riescono a riconoscere ciò che è accaduto, a nominare almeno in parte la propria difficoltà, a rientrare nel rapporto con un minimo di continuità e responsabilità. Quando invece il movimento è solo avanti e indietro, senza reale consapevolezza, il rischio è che il ritorno riapra ogni volta la relazione senza darle davvero una forma più sicura.

Come si comporta una persona distanziante quando le piaci davvero?

Di solito il coinvolgimento c’è, ma non sempre prende una forma lineare o rassicurante. Una persona con stile distanziante può cercarti, mostrarsi presente, aprirsi a tratti, desiderare contatto e continuità. Allo stesso tempo, proprio quando il legame diventa più significativo, può alternare vicinanza e distanza. Questo accade perché il coinvolgimento affettivo attiva insieme sia desiderio che allarme. Più l’altro conta, più può emergere il timore di dipendere, esporsi o perdere la propria autonomia. Per questo i segnali possono apparire contraddittori.

Più che cercare prove assolute, spesso aiuta osservare se nel tempo resta una tensione reale verso il legame, anche quando la persona fatica a sostenerlo con continuità. Se ci sono obiettivi condivisi, valori e anche abitudini concrete che possano giustificare un futuro insieme, oltre i sentimenti e l’intensità del momento.

Come si può comunicare con una persona distanziante senza farla chiudere o sentire sotto pressione?

Aiuta molto una comunicazione chiara, ferma ma poco incalzante. Dire ciò che si prova o si desidera è importante, ma spesso funziona meglio farlo senza accumulare troppe domande, interpretazioni o richieste tutte insieme. Quando sente pressione, una persona distanziante tende più facilmente a chiudersi.

Può essere utile parlare in prima persona (evitiamo il “tutte le coppie normali fanno o non fanno questo”), restare concreti e dare tempo all’altro di recepire, riflettere e valutare. Senza sottomissione o compiacenza, ma creando una forma di contatto che non venga vissuta come invasiva. Resta però prioritario non cancellare se stessi. Non accettare situazioni che vanno contro la propria natura. Comunicare bene con una persona distanziante non significa ridurre all’infinito i propri bisogni, ma provare a entrare nel suo mondo, e lasciar scoprire il proprio. Concedere il tempo di capirne i colori e gli odori, e se ciò che ne nasce è un buon posto per entrambi, trovare un equilibrio gestendo per piccoli passi le inevitabili negoziazioni, e compromessi che specie all’inizio si deve mettere in conto possono essere importanti.

Perché una critica o il dispiacere del partner possono attivare così tanto chi ha uno stile distanziante?

Per molte persone con stile distanziante, la critica o il dolore dell’altro non vengono vissuti solo come un momento relazionale difficile. Possono toccare più in profondità vissuti di inadeguatezza, colpa, costrizione o fallimento nel legame. In quei momenti, il corpo e la mente possono spostarsi rapidamente verso la difesa.

Da fuori può sembrare freddezza, chiusura o fastidio. Dentro, però, a volte c’è soprattutto fatica a reggere l’intensità emotiva senza sentirsi sopraffatti. Prendere distanza diventa allora un modo rapido per abbassare l’attivazione. Capire questo non dve portare a giustificare ogni ritiro. Aiuta però a vedere che dietro certe chiusure può esserci una vulnerabilità sommersa, più che semplice mancanza di cura e attenzioni.

Si può cambiare uno stile di attaccamento distanziante, oppure si resta così per sempre?

Più che sparire da un giorno all’altro, lo stile di attaccamento può diventare nel tempo meno rigido e automatico. La persona impara a riconoscere prima i propri movimenti di chiusura, ne capisce il senso, e inizia a sentirsi allora nella possibilità di scegliere risposte diverse. Più libere. Più sé. Questo cambiamento spesso non consiste nel diventare improvvisamente espansivi, sempre disponibili o men che mai appiccicosi. Consiste piuttosto nel poter restare in contatto con ciò che si prova senza dover subito prendere distanza per proteggersi. Quando accade di solito la persona oscilla fra timori di perdita di alcuni aspetti del sé, e una sorta di euforia. Ma nel concreto non perde affatto se stessa. Comincia anzi a sentirsi più intera, più in sé, perché non deve più scegliere continuamente tra autonomia e legame. Non deve rispondere al gioco di schemi che ricorsivamente incastrano in situazioni che non si desidererebbero nelle proprie relazioni più importanti, e per la propria vita.

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