Stile di Attaccamento Preoccupato, da dove nasce e come gestirlo
Autore: Dott. Festo Terenzio
Lo stile di attaccamento preoccupato riguarda un modo di vivere le relazioni in cui il bisogno di vicinanza, conferme e presenza emotiva dell’altro può diventare molto intenso. Chi si riconosce in questo stile spesso sente il legame come qualcosa di profondamente importante, a volte decisivo anche per il proprio equilibrio interiore. Per questo i momenti di distanza, ambiguità o incertezza possono risultare difficili da tollerare. Anche piccoli cambiamenti nel tono dell’altro, nella disponibilità o nella continuità del contatto possono attivare dubbi, paura di perdere il legame e il bisogno urgente di essere rassicurati. L’attenzione si concentra allora sulla relazione, e su tutto ciò che potrebbe incrinarla, mentre sullo sfondo può farsi sentire un timore più profondo, quello di non essere abbastanza importante da restare davvero nel cuore dell’altro.
Nella teoria dell’attaccamento questo movimento viene descritto come un’iperattivazione del sistema di attaccamento. Quando il legame appare incerto, mente e corpo entrano in allarme e spingono a cercare vicinanza, segnali di conferma, chiarimenti o rassicurazioni. Si tratta di una strategia appresa molto presto, che ha avuto una funzione comprensibile in contesti affettivi non sempre stabili o prevedibili. Capire come funzioni lo stile di attaccamento preoccupato, può aiutarti a leggere con più chiarezza vissuti che nelle relazioni possono diventare molto intensi, talvolta eccessivi, alimentando equivoci con te stesso e con l’altro.
Lo stile di attaccamento preoccupato
Lo stile di attaccamento preoccupato si organizza spesso attorno a un timore profondo, quello di non essere abbastanza importante, desiderabile o amabile per l’altro. Per questo la relazione tende ad assumere un peso molto grande nel mantenimento dell’equilibrio interiore. Sentirsi cercati, scelti, confermati o desiderati può dare sollievo, continuità e valore. Al contrario, quando il legame appare meno disponibile, più ambiguo o emotivamente discontinuo, può affacciarsi con facilità una sofferenza intensa. In questi momenti non si teme solo di perdere l’altro. Può riattivarsi anche qualcosa di più antico e doloroso, cioè la sensazione che se l’altro si allontana, allora forse davvero non si vale abbastanza perché un qualsiasi altro possa volerci vicino (Bowlby, 1969).
Per chi vive questo stile, la distanza emotiva non è mai un dato neutro. Anche segnali piccoli, un cambio di tono, una risposta più fredda, un tempo di attesa, una minore iniziativa, possono essere letti come indizi di disinteresse, allontanamento o possibile abbandono. È qui che il sistema di attaccamento si iperattiva. L’attenzione si concentra sul legame, la mente inizia a cercare conferme o segnali di pericolo, e cresce il bisogno di ridurre l’incertezza. Possono allora comparire richieste di rassicurazione, bisogno di chiarimenti, controllo, ipervigilanza, o quei comportamenti di protesta che cercano di riattivare l’altro quando viene percepito come meno presente. Non perché si voglia manipolare, ma perché in quello stato il legame viene vissuto come troppo importante per poterne tollerare passivamente il rischio (Mikulincer & Shaver, 2003).
Questa dinamica ha una sua logica profonda, e di solito antica. Quando nelle relazioni significative la vicinanza affettiva è stata incostante, imprevedibile o difficile da stabilizzare, il bambino può imparare a intensificare i segnali di bisogno per mantenere il contatto con la figura da cui dipende. Nella vita adulta questa strategia continua ad agire, anche quando porta con sé fatica, sospettosità e dolore. Capire come funziona lo stile di attaccamento preoccupato aiuta a leggere con più chiarezza ciò che accade dentro di sé, nelle relazioni importanti. E a distinguere, poco alla volta, tra ciò che nel presente sta realmente accadendo, ciò che proprio noi stiamo creando o facilitando, e ciò che invece appartiene a una paura sommersa che continua a chiedere protezione.
Le evidenze prodotte dai teorici dell’attaccamento indicano lo stile preoccupato (anche definito ansioso ambivalente) come uno dei quattro principali stili di attaccamento adulto, assieme allo stile sicuro, distanziante, e timoroso-evitante.
Lo stile di attaccamento preoccupato nell’amore
Nelle relazioni amorose, lo stile di attaccamento preoccupato tende quindi a manifestarsi attraverso un forte bisogno di vicinanza e continuità emotiva. C’è una marcata sensibilità ai segnali di distanza, ambiguità o minor disponibilità del partner. Quando il legame sembra meno saldo anche piccoli cambiamenti nel tono, o quelle naturali fluttuazioni che riguardano presenza e coinvolgimento del partner attivano dubbi, allarme e il bisogno di risolvere rapidamente l’incertezza. Da qui nascono richieste di rassicurazione, possibili atteggiamenti aggressivi e un continuo testing. Aspetti che sollecitano quell’iperattenzione del partner nella relazione, per ottenere una conferma. Comportamenti che nascono come l’eco di una paura più antica, cioè non essere abbastanza importanti da poter contare davvero per l’altro in modo stabile.
Da dove nasce uno stile di attaccamento preoccupato?
Lo stile di attaccamento preoccupato si sviluppa nelle prime esperienze relazionali con le figure significative, ma può essere ulteriormente modellato dalle relazioni successive o da eventi traumatici. Nella classificazione dell’attaccamento del bambino, questo funzionamento viene spesso descritto come stile ansioso-ambivalente. Alla base vi è in genere una disponibilità affettiva del genitore vissuta come scostante, intermittente, o disimpegnata. Il genitore può alternare momenti di vicinanza e cura a momenti di distanza, rifiuto o imprevedibilità. Per il bambino questo significa crescere senza poter anticipare con sufficiente sicurezza se il bisogno di conforto, protezione o contatto verrà accolto oppure no. Ed è proprio questa incertezza, più ancora dell’assenza assoluta, a diventare il nucleo profondo dell’esperienza.
Quando il legame da cui si dipende è sentito come intermittente, il bambino tende ad aumentare l’intensità del proprio bisogno, della protesta e della ricerca di prossimità. È un tentativo ovvio e comprensibile di mantenere il contatto con una figura vitale, ma non del tutto affidabile. In questa condizione, stati ricorrenti di ansia e insicurezza possono diventare sempre più familiari, mentre l’indisponibilità dell’altro tende a essere letta come qualcosa che riguarda il proprio valore personale. Può allora prendere forma l’idea, spesso molto precoce e dolorosa, di non essere abbastanza amabile da meritare una presenza stabile. Questo ostacola il consolidarsi di una solida autostima e di quella fiducia di base che permette di sentire il legame come un luogo sufficientemente sicuro.
Nella vita adulta, ciò che spesso resta attivo non è solo il bisogno di vicinanza, ma soprattutto l’attesa che il legame possa diventare incerto proprio quando conta di più. Per questo chi ha uno stile di attaccamento preoccupato può risultare molto sensibile ai segnali di distanza o ambiguità dell’altro. Alla radice non c’è una fragilità di carattere, ma una storia relazionale in cui la sicurezza affettiva era continuamente a repentaglio.
Come si manifesta lo stile preoccupato?
Bassa autostima e convinzioni negative su sé stessi
Puoi trovare difficile apprezzare il tuo reale valore, oltre l’approvazione che l’altro può concederti. Tendi ad essere eccessivamente critico con te stesso, nel timore sottile ma costante di non essere sufficientemente interessante, capace, attraente o amabile.
Ti adatti alla persona che frequenti
Tendi ad avere una buona opinione dell’altro, ma una scarsa stima di te stesso. Il bisogno di accettazione e la paura della perdita, possono determinare atteggiamenti compiacenti, adesivi o passivi che vivi in modo generalmente inconsapevole, come semplice attitudine comportamentale. Nell’importanza che l’altro può assumere per te, puoi a volte trascurare i tuoi interessi, passioni, bisogni, per vedere accolta la tua priorità fondamentale di vicinanza, contatto emotivo e riconoscimento.
Hai bisogno di rassicurazioni frequenti
La distanza e l’umore del partner, sono aspetti che in ogni relazione tendono normalmente ad oscillare. I tuoi timori di fondo possono tuttavia spesso portarti ad interpretarli come un indizio dei sentimenti dell’altro, o dello stato del rapporto. Questo può condurti a frequenti richieste di rassicurazione, che difficilmente potranno risolvere il dubbio originario che vivi.
Definisci confini non sempre funzionali
Il tuo bisogno di vicinanza può rendere speciali molti dei momenti vissuti insieme. Può però a volte eccedere l’intimità che l’altro trova piacevole, o i confini che ciascuno di noi delimita con il mondo esterno, risultando in alcune circostanze soffocante o invasivo.
Sei riluttante a dare spazio
Puoi avere delle difficoltà ad accettare che il tuo partner condivida spazi di vita con altre persone, o dedichi tempo ad interessi specifici. La distanza dal partner può prestarsi al dubbio intollerabile che ciò coincida con una perdita di interesse nei tuoi confronti, o che rappresenti una possibile futura minaccia per il legame.
Puoi essere controllante
Puoi sentire il bisogno costante di sapere cosa faccia il tuo partner quando non siete insieme, e tentare di risolverlo ad esempio con continui messaggi, telefonate o monitorandone l’attività in rete. Puoi eccedere in modo ancora più intenso se hai rinunciato ai tuoi interessi, nella convinzione che ciò sia naturale esito del tuo coinvolgimento emotivo. Tutto questo può essere provante per l’altro, che pur coinvolto riconosce tali eccessi come estranei alla normalità delle cose in una relazione. Questo lo rende progressivamente meno responsivo e disponibile, e innesca cicli interpersonali disfunzionali.
Attivi il partner nella relazione
I timori che vivi e la difficoltà a tollerare l’incertezza, potrebbero tradursi in comportamenti di protesta attraverso i quali iperattivi il partner nella relazione. Dimostrare ricorrentemente la tua insoddisfazione o chiusura aspettandoti gesti riparativi da parte del partner rappresenta una delle strategie di iperattivazione più frequenti. Ma può consolidare dinamiche push and pull che in breve tempo degradano la relazione, sino alla perdita (Mikulincer & Shaver, 2003).
Come puoi gestire le difficoltà che vivi?
Il cuore che batte forte, ciò che nei vecchi film chiamavano farfalle nello stomaco fanno parte dell’innamoramento. Ciò che viene dopo, il vero amore, ispira però serenità, non ansia. Il tuo partner può fare del suo meglio per offrirti stabilità, ma nessuno può darti quel livello di sicurezza assoluta di cui senti il bisogno. Poter contare su te stesso, può farlo.
Diventa consapevole del tuo stile di attaccamento
Sfida le tue convinzioni negative
Coinvolgi il tuo partner
Dì al tuo partner quando ti senti angosciato
Lavora in modo focalizzato con il tuo terapeuta
La terapia individuale o di coppia è lo strumento più efficace per riconoscere ciò che genera sofferenza, ricostruire in te la fiducia, e vivere relazioni più sane ed appaganti. Lavorare sui tuoi schemi precoci significa riscrivere le convinzioni fondamentali su te stesso, sugli altri e sulle relazioni. Sperimentare esperienze di te che ti restituiscano le relazioni che davvero desideri.
Bowlby, J. (1969). Attaccamento e perdita: Volume I. Attaccamento . Londra: Hogarth Press.
Hazan, C., & Shaver, P. R. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52, 511-524.
Fraley, R. Chris, and Glenn I. Roisman. “The development of adult attachment styles: Four lessons.” Current opinion in psychology 25 (2019): 26-30.
Mikulincer, Mario & Shaver, Phillip. (2003). The Attachment Behavioral System In Adulthood: Activation, Psychodynamics, And Interpersonal Processes. Advances in Experimental Social Psychology.
Il primo colloquio è uno spazio in cui iniziare a conoscerci, capire meglio cosa stai vivendo e farti un’idea del percorso terapeutico. Se senti che questo può essere il momento giusto, prenota il tuo primo incontro.
Le tue domande frequenti
Forse non è solamente il tuo stile. In alcune situazioni capirlo con certezza non è affatto semplice, e non è immediato. L’altro potrebbe più o meno consapevolmente avere un comportamento ambiguo per molte ragioni diverse. O con scopi diversi.
Ma ciò che penso possa aiutare di più, è non usare un solo piano di analisi, ma due. Due piani di analisi da distinguere bene.
Il primo riguarda i dati reali e ripetuti nel tempo, quindi i fatti, non le interpretazioni. Ad esempio:
- da calendario, nelle ultime settimane vi siete visti di più, di meno, come sempre?
- Il partner si è dimostrato disponibile verso richieste ragionevoli?
- Ciò che ha detto è stato coerente con ciò che ha poi fatto?
Il secondo livello di analisi riguarda invece solo ciò che accade dentro di te. Per esempio:
- l’urgenza con la quale sentivi e senti il bisogno di contatto e rassicurazioni.
- L’iperanalisi, ci pensi molto? Trascorri molti momenti della giornata nella ruminazione o nel rimuginio?
- Hai molta difficoltà a tollerare l’attesa?
Potrebbe sembrarti sciocco ma dare un punteggio a ogni voce di ciascun piano di analisi, può aiutare a chiarire le idee.
Più cresce l’urgenza interna, più aumenta il rischio che vecchie paure filtrino ogni interpretazione che tendo a dare. Distinguere questi due piani non elimina il dolore e non risolve il dubbio, ma aiuta a non confondere automaticamente le proprie paure con la realtà. L’incertezza con l’abbandono.
Le persone fanno cose simili per ragioni a volte molto diverse fra loro. Ma trovo che spesso il punto sia il controllo. Riguadagnare la percezione di un minimo controllo, anche se molto costoso, perché doloroso.
Forse in quei momenti non stai semplicemente pensando troppo. Stai cercando di ritrovare sicurezza. Quando il legame sembra ormai incerto, o quando si è appena subito una perdita, il sistema di attaccamento si iperattiva. E la mente prova a ridurre l’angoscia controllando, analizzando, tornando sui dettagli, cercando una frase che dia un qualche tipo di certezza. Che risponda alle domande del momento. Una risposta può essere meglio che nessuna risposta, anche se dolorosa.
Il problema è che di solito questo tentativo dà un apparente sollievo che è solo minimo e molto breve, ma questo crea un rinforzo che alimenta nuovi controlli. Così si crea un circolo vizioso che consuma molte energie, e che si tratti di una perdita reale o solo temuta, ci si sfinisce seguendo una direzione che in nessun modo ti tutela.
C’è spesso un forte investimento emotivo già dai primi segnali di coinvolgimento dell’altro. Grande attenzione alla reciprocità, ai messaggi, ai tempi di risposta, al tono, e una maggiore vulnerabilità ai momenti di ambiguità. Quando c’è interesse, la conoscenza può essere vissuta con intensità, speranza, slancio, ma anche con una rapida attivazione dell’ansia se il contatto rallenta o appare meno chiaro. In alcune persone questo porta a cercare presto conferme, innaturali manifestazioni plateali o ricerca di un’esclusività innaturale per la fase di prima conoscenza in cui ci si trova.
In altre persone porta a trattenersi e vivere con ansia momenti che potrebbero essere semplicemente piacevoli. Sullo sfondo c’è il bisogno di capire se il legame sta davvero prendendo forma, o se rischia di soffrire proprio mentre si spera diventi importante.
Perché il nostro stile di attaccamento non è sempre un blocco unico e rigido. Dentro ciascuno di noi possono coesistere modelli operativi interni multipli, cioè modi diversi di percepire sé stesso, l’altro, e il legame.
Di solito uno di questi assetti tende a essere dominante, ma il contesto relazionale conta molto. Per questo anche una persona generalmente abbastanza sicura, se coinvolta con una persona con stile distanziante, può assumere uno stile preoccupato. Allo stesso modo una persona con tendenze evitanti può trovarsi più stabile e meno difesa accanto a un partner affidabile e coerente, cioè con stile di attaccamento sicuro. Non reagiamo quindi solo in base a “come siamo fatti”, o un altro modo di vederla è che dentro ciascuno di noi abitano diverse versioni o modelli di uno stesso sé. Dunque molto fa anche ciò che un certo legame evoca.
Può succedere con una certa frequenza, anche se non è affatto una regola assoluta. Chi ha uno stile preoccupato tende a essere molto orientato al legame, e molto sensibile alla disponibilità dell’altro. Una persona più distante o evitante, proprio perché meno immediatamente accessibile, può attivare ancora di più il bisogno di vicinanza e conferme. Può evocare l’inconsapevole ricerca di vecchi e preziosi risarcimenti. Si crea così una dinamica in cui uno rincorre il contatto, mentre l’altro tende a proteggersi e allontanarsi. Questa combinazione non nasce come espressione di una qualche inconsapevole intenzione di punirsi, almeno non nella mia esperienza. Nasce perché ciascuno finisce per muoversi dentro schemi relazionali che in qualche modo gli sono familiari. Il problema è che ciò che è familiare non sempre è anche sicuro.
Può funzionare ma non basta il sentimento. Occorrono obiettivi di fondo comuni, e che entrambi sviluppino una maggiore consapevolezza del proprio funzionamento, e imparino a non reagire automaticamente alla paura che il legame attiva. La persona con stile preoccupato ha bisogno di riconoscere quando sta cercando sicurezza attraverso atteggiamenti di protesta, vittimismo o ipercontrollo. La persona evitante ha bisogno di riconoscere quando sta proteggendosi attraverso la chiusura, un’eccessiva distanza o disattivazione emotiva. Bisogna che entrambi siate disposti a dare il giusto nome alle cose, aperti al mondo dell’altro, e disposti a negoziare. Entrambi, non solo uno dei due. Se questi movimenti restano inconsapevoli, la relazione rischia di trasformarsi in un ciclo ripetitivo in cui uno si sente trascurato e l’altro invaso. Se invece diventano più comprensibili e nominabili, può aprirsi uno spazio diverso, più sicuro, in cui il contatto non venga vissuto né come abbandono né come minaccia.
Perché nei messaggi mancano molti elementi che aiutano a sentirsi al sicuro in una relazione. Tono della voce, sguardo, presenza, contesto, continuità. Restano invece tempi di attesa, silenzi, risposte brevi, cambi di ritmo, ambiguità. Per una persona con stile di attaccamento preoccupato tutto questo può diventare un terreno molto attivante, perché aumenta lo spazio dell’interpretazione e quindi anche dell’allarme. Quando il legame conta, il telefono può trasformarsi facilmente in un luogo in cui si cercano segnali di conferma o di perdita. E così un ritardo, una risposta più secca o una minore iniziativa possono toccare il sistema nervoso molto più di quanto sembrerebbe da fuori.
Sì, purtroppo è una possibilità non infrequente. Anche se i modelli di attaccamento si formano molto presto, le relazioni adulte significative possono modificarli, riattivarli o renderli più rigidi. Una relazione molto instabile, svalutante, intermittente o traumatica può aumentare la sensibilità all’abbandono, all’ambiguità e alla perdita del legame, soprattutto se tocca ferite già presenti. In questi casi la persona può iniziare a sentirsi più ansiosa, ipervigile e più dipendente dai segnali dell’altro, anche se prima non si percepiva in questo modo. Questo non significa che l’attaccamento cambi da un giorno all’altro, ma che alcuni assetti relazionali possono diventare molto più attivi. Avere buona cura di sé significa anche fare attenzione a questo aspetto. Coltivare buone relazioni, non silenziare la propria voce, e se necessario fare delle buone scelte, anche se difficili, temute, o inizialmente dolorose.
Aiuta molto parlare del proprio vissuto, prima ancora che del comportamento dell’altro. Invece di inseguire rassicurazioni o chiarimenti nel tipico stato di forte attivazione, è più utile dire con sincerità radicale che cosa ti succede. Cosa provi qui ed ora, cioè nomina le tue emozioni. A quali pensieri sono legate, a quali vere paure, a quali irrazionali idee di te. Racconta di cosa invece sentiresti il bisogno, quali atteggiamenti problematici potresti avere in alcune circostanze, e che cosa invece per te è di aiuto (entro limiti ragionevoli, per te e per l’altro). Sono molte cose, è vero. Occorre pensarle prima per proprio conto, e poi occorre scegliere di esporsi, e trovare il momento giusto.
Ma buttare giù le carte non significa svalutarti, non crederlo. Apertura radicale vuol dire dare all’altro ciò che raramente nella sua vita troverà in modo così immediato e sincero. La tua verità. Ognuno di noi ha aspetti di fragilità. Non nasconderli, non ostentarli, raccontali. Di solito questo sorprende positivamente l’altro. Aiuta la relazione, e veste di forza ciò che diversamente rimarrebbe nello spazio chiuso e viziato del segreto.
Oppure no, non dire nulla di quella parte di te. Ma domandati, ha mai funzionato?
Dipende da come viene vissuto e da quale funzione ha. All’inizio il no contact può aumentare molto l’ansia, perché interrompe bruscamente il canale attraverso cui si cerca sollievo, conferma o speranza di ricucire il legame. Proprio per questo può essere molto faticoso. In alcune situazioni però, può anche diventare una salvezza. La possibilità di uscire dal ciclo di attivazione continua, controllo e riaggancio. Aiuta quando non è usato come strategia di testing per farsi rincorrere, ma come confine per proteggersi e ritrovare un minimo di stabilità interna.
Di solito è una delle esperienze più difficili, perché non si perde solo una persona amata, ma anche la fonte principale di regolazione emotiva a cui ci si era aggrappati. E questa spesso è una verità. Per questo la tentazione di ricontattare l’altro può diventare molto intensa, soprattutto nei momenti di vuoto, panico o nostalgia. Affrontare una rottura, in questi casi significa prima di tutto riconoscere che l’attivazione è reale, profonda, e che non si supera con la sola forza di volontà. Serve piuttosto costruire appoggi alternativi, rivalutare l’importanza dell’amicizia e dei propri cari, dare uno spazio al dolore e attraversarlo un passo alla volta, con l’idea che la perdita del legame non in nessun modo coincide con la perdita del proprio valore. È un passaggio doloroso, ma può aprire a una diversa cura di sé.
Lo stile di attaccamento preoccupato descrive uno dei modelli che vivono dentro di te. Uno dei modi in cui guardi a te stesso, all’altro, e ai legami. Può dominare la tua esperienza, metterti nei guai, certo, farti soffrire. Ma descrive una sola parte di te, non l’intero.
Ciò detto, lo stile di attaccamento preoccupato può cambiare in modo molto significativo in terapia. Per alcune persone questo significa rispondere sempre meno alle urgenze che oggi sembrano prioritarie. Per altre riconoscerlo prima e non esserne più guidate come un tempo. Per altre ancora c’è un cambio di paradigma deciso e netto, un prima e un poi. Più che di guarigione, trovo però utile pensarlo come un processo in cui il legame smette poco alla volta di essere vissuto come una minaccia continua, e diventa un luogo dapprima più tollerabile, poi stabile, poi più libero, e via così. Esperienze relazionali sufficientemente sicure, fra le quali la relazione terapeutica, costruiscono nel tempo esperienze emotive riparative. Vissuti sia psichici, che emotivi, che corporei, che avviano il cambiamento. E questo è uno dei punti su cui ogni prospettiva terapeutica converge, indipendentemente dall’approccio.
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