Stile di Attaccamento Timoroso Evitante, da dove nasce e come gestirlo
Autore: Dott. Festo Terenzio
Avvicinarti all’altro, stabilire un vero contatto, è un bisogno che a volte potrebbe arrivarti come necessario, eppure pericoloso. Desideri la vicinanza, ma quando l’altro diventa davvero presente qualcosa ti spinge a difenderti o allontanarti. Oscilli tra il bisogno di essere scelto e la paura di essere ferito, tra il desiderio di intensità emotiva e l’urgenza di proteggerti. Questi vissuti possono portarti verso legami difficili, e precludere al tuo sguardo relazioni più serene che potrebbero darti la stabilità che meriti.
Se alcuni degli aspetti che ho richiamato ti suonano familiari, potresti riconoscerti nello stile di attaccamento timoroso evitante, una configurazione relazionale che in alcuni contesti divulgativi viene accostata anche al cosiddetto attaccamento disorganizzato. Le difficoltà che comporta nascono da relazioni precoci complesse, in cui la figura che avrebbe dovuto proteggere era al tempo stesso anche quella che feriva o spaventava. Echi del passato che portano con sé una sensibilità non sempre semplice da gestire. Ma capire meglio come funziona lo stile di attaccamento timoroso evitante permette di dare un senso al modo in cui il passato, a volte, continua a scrivere il presente. E la consapevolezza può rendere meno automatici alcuni pensieri. Meno pericolose o spaventanti alcune sensazioni. E da qui, si apre la strada a scelte più in linea con i tuoi reali bisogni. Più tue.
Stile di attaccamento timoroso evitante nell’adulto
Favez e Tissot (2019) descrivono la persona con stile Timoroso Evitante come riluttante ad impegnarsi in una relazione intima, eppure con un disperato bisogno di essere amata dall’altro.
Lo stile di attaccamento Timoroso Evitante risulta in una combinazione dello stile Preoccupato e dello stile Distanziante. Come nello stile Distanziante vi è l’evitamento di un’intimità che, nelle vicende precoci, è associata alla frustrazione dei propri bisogni. Ma diversamente dallo stile Distanziante la persona prova allo stesso tempo un’elevata ansia e bisogno di amore, rassicurazioni costanti e maggior intimità nelle relazioni.
Anche nella relazione con un partner sicuro ed attaccato in modo stabile, la persona con stile Timoroso Evitante può divenire sospettosa. Nell’incredulità di avere davvero l’amore e la stima dell’altro, potrebbe in vari modi testarlo, o creare difficoltà per riconoscersi nell’unica forma di relazione che le è familiare, cioè quella problematica. Se non consapevole dei propri schemi, la tendenza è di danneggiare la relazione per tutelarsi preventivamente rispetto a scenari abbandonici, maltrattanti e traumatici (Schachner et al., 2003).
Ciò nel concreto può avvenire incolpando ingiustamente il partner, rendendolo geloso, minacciando di chiudere la relazione, o introducendo condizioni avverse che inducano il partner a chiudere la relazione. Sfortunatamente proprio queste tendenze spesso determinano la perdita del legame. Un’ulteriore strategia nota in letteratura, ma non necessariamente presente in ogni individuo, è nella tendenza ad avere più partner sessuali per soddisfare i bisogni di vicinanza, evitando il coinvolgimento emotivo profondo. Se questa strategia è presente, la persona mostrerà caratteristiche di seduttività e compiacenza finalizzate a ottenere accettazione, riconoscimento e vicinanza (Mikulincer, 2005).
Attaccamento timoroso evitante, da dove nasce?
L’attaccamento Timoroso Evitante nasce in infanzia nel contesto del neglect genitoriale. La figura di attaccamento alterna momenti in cui concede cure ed affetto, a momenti di aperto rifiuto, maltrattamento o abuso. Il bambino ha paura del genitore ma al tempo stesso un disperato bisogno del suo amore, e di sentirsi finalmente amabile, al sicuro e protetto. Un’eredità fondamentale per la vita adulta, che il genitore non può tuttavia garantire perché a sua volta vittima delle medesime vicende infantili (Bowlby, 1969).
Il trauma evolutivo ha quindi un ruolo chiave nello sviluppo dei modelli operativi interni che sottendono questo stile di attaccamento. Un modello disorganizzato che intrappola il futuro adulto tra la disattivazione dell’attaccamento che ci si anticipa non poter essere fonte di rassicurazione, e l’iperattivazione ansiosa dell’attaccamento nella continua ricerca di rassicurazioni, comportamenti di testing, sabotaggio o protesta.
Come si esprime lo stile di attaccamento timoroso evitante
Lo stile di attaccamento Timoroso Evitante indica un modello di comportamento nelle relazioni caotico, imprevedibile e/o intenso. Questi alcuni degli indicatori utili:
- Immagine negativa di sé, difficoltà nel percepirsi come degno di amore e di stima
- Immagine negativa dell’altro, come poco affidabile e disponibile
- Difficoltà nella regolazione delle emozioni
- Ansia elevata
- Sensibilità alla vergogna
- Estremo bisogno di vicinanza, unito alla tendenza ad allontanare l’altro
- Paura dell’intimità emotiva e del rifiuto
- Paura o comportamento aggressivo nei confronti del partner o di figure significative
- Tendenza ad avere relazioni parallele con partner sessuali
- Vulnerabilità alla depressione
Più studi evidenziano un aumentato rischio rispetto a un ampio spettro psicopatologico. Più in particolare in età adulta le comorbidità comprendono i disturbi d’ansia e dell’umore, i disturbi dissociativi, il disturbo borderline di personalità e il disturbo evitante di personalità.
Come puoi gestire le difficoltà che vivi?
Se ti stai confrontando con le difficoltà legate ad uno stile di attaccamento Timoroso Evitante, il contesto terapeutico è la base necessaria per integrare uno stile più sicuro. Ma prima di allora potresti voler esplorare autonomamente te stesso, ciò che vivi e un diverso modo di essere in relazione con l’altro. Potresti provare ansia, emozioni e sentimenti cui non riesci a dare un nome. Ondate emotive e lievi stati dissociativi potrebbero ostacolarti. Le giuste informazioni provenienti da fonti scientificamente autorevoli possono esserti di grande aiuto. Se cerchi delle coordinate a questo proposito, ti suggerisco di dare priorità al libro di Attili, che puoi trovare in bibliografia a fondo pagina. Nonostante i margini stretti del format scientifico, anche questo articolo di Mikulincer potrebbe lasciarti molto, e anzi portarti più volte a rileggere alcuni dei suoi passaggi.
Considera la terapia
Un adeguato percorso terapeutico può essere estremamente utile per integrare il tuo stile di attaccamento con schemi più sicuri. Lavorare sui tuoi schemi precoci significa riscrivere alcune convinzioni fondamentali su te stesso, sugli altri e sulle relazioni. Pesi che non hai scelto, e non devono più appartenerti. Concedersi a esperienze emotive correttive, che nel tempo, possono restituirti un mondo relazionale più sereno, e in linea con i tuoi reali bisogni. Abbi fiducia in te stesso, o te stessa, e nella terapia.
* Attili, G. “Attaccamento e legami. La costruzione della sicurezza”. (2018)
Bowlby, J. (1969). Attaccamento e perdita: Volume I. Attaccamento . Londra: Hogarth Press.
Mikulincer, Mario, and Phillip R. Shaver. “Mental Representations of Attachment Security: Theoretical Foundation for a Positive Social Psychology.” (2005)
Nicolas Favez & Hervé Tissot (2019) Fearful-Avoidant Attachment: A Specific Impact on Sexuality?, Journal of Sex & Marital Therapy, 45:6, 510-523
Schachner, D. A., Shaver, P. R., & Mikulincer, M. (2003). Adult Attachment Theory, Psychodynamics, and Couple Relationships: An Overview. In S. M. Johnson & V. E.
Whiffen (Eds.), Attachment processes in couple and family therapy (pp. 18–42). The Guilford Press.
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Le tue domande frequenti
La differenza principale riguarda il conflitto interno verso la vicinanza.
Una persona con attaccamento evitante (attenzione, evitante è la classificazione in uso per il bambino piccolo, e corrisponde allo stile di attaccamento distanziante nell’adulto) tende soprattutto a mantenere distanza emotiva. Può preferire autonomia, controllo, indipendenza e vivere l’intimità come qualcosa di scomodo o superfluo.
Nello stile timoroso evitante, invece, il movimento interno è più contraddittorio, conflittuale. Da una parte c’è un forte desiderio di vicinanza, di connessione e di essere visti davvero. Dall’altra proprio quando la relazione diventa significativa può accendersi la paura, diffidenza o il bisogno di allontanarsi. Questo crea un’esperienza relazionale oscillante. Ci si avvicina molto ma poi si prende distanza. Si desidera l’intimità ma quando arriva può generare tensione, confusione o il timore di essere feriti. Molte persone si raccontano in questi termini:
“voglio la relazione ma quando diventa reale qualcosa dentro di me si blocca”.
Non si tratta quindi solo di evitare la vicinanza, ma di sentirsi divisi tra il bisogno di legame e la paura di quel legame.
La mente dimentica o meglio allontana ciò che ha creato quelle regole e modelli che oggi vivi. Per questo può apparirti privo di senso, mentre è solo controintuitivo. Siamo proprio fatti così, minimo sforzo massimo risultato. Quindi è più facile (e nella maggior parte delle situazioni più utile) tenere in mente regole e schemi, piuttosto che intere sequenze di vissuti in base ai quali rivalutare le nostre scelte attuali in situazioni simili. Quando la relazione è ancora lontana o incerta, il desiderio di connessione può essere molto forte. L’altra persona rappresenta la possibilità di un riconoscimento, calore emotivo, scoperta. Ma quando la vicinanza diventa reale e la relazione comincia a contare davvero, può attivarsi un sistema di allarme interno. Il corpo può reagire con tensione, ipervigilanza, paura di dipendere troppo o di essere feriti. A quel punto la distanza diventa una strategia di protezione.
Non è una scelta fredda consapevole o calcolata, accade automaticamente. La mente è guidata da quei modelli interni costruiti in epoca precoce, e in certi contesti accende una spia rossa. Ti mette in allerta, e ti fa fare cose. Molte persone con questo stile raccontano di sentirsi confuse proprio per questo motivo. Vogliono la relazione e allo stesso tempo sentono l’impulso di interromperla o raffreddarla. In realtà entrambi i movimenti, avvicinarsi e allontanarsi, nascono dallo stesso bisogno profondo di proteggere il legame e soprattutto se stessi dal dolore. Un dolore che è nelle nostre memorie, che nel tempo ci ha fatto fare cose consolidando altre memorie ancora, più o meno lontane ma molto reali.
Quando qualcuno è disponibile, stabile e chiaro, la relazione può diventare emotivamente più intima, intensa, impegnativa. E proprio questa vicinanza può attivare paure profonde di dipendenza, vulnerabilità o perdita. Il sistema di attaccamento, invece di rilassarsi, può attivarsi in senso difensivo. La persona sicura può sembrare improvvisamente poco interessante, troppo prevedibile o addirittura spenta. Al contrario, le persone più ambigue o emotivamente distanti mantengono la relazione in una zona di incertezza. E alcuni di noi hanno familiarità con l’incertezza, risuona. Inoltre questa distanza almeno in apparenza riduce il rischio percepito di essere davvero esposti o dipendenti.
In altre parole, non è che la distanza sia più desiderabile.
È che la vicinanza può risultare più spaventosa dell’incertezza.
Con il tempo e con relazioni più sicure, però, il sistema emotivo può imparare lentamente a riconoscere che la stabilità non è una minaccia, ma una base su cui costruire fiducia.
Il bisogno di distanza può avere una funzione protettiva reale. A volte prendersi spazio serve per calmarsi, ritrovare lucidità e non reagire impulsivamente quando le emozioni diventano troppo intense. Il problema nasce quando l’allontanamento diventa l’unico modo per gestire la vicinanza emotiva. In quel caso la distanza non è più solo un momento di regolazione, ma può trasformarsi in una strategia stabile che impedisce alla relazione di svilupparsi.
Alcune domande che potrebbero esserti utili:
dopo essermi allontanato, riesco a tornare nella relazione con maggiore chiarezza oppure la distanza diventa sempre più lunga e definitiva? Lo faccio spesso? Come fa stare l’altro? E io, di conseguenza, come mi sento? Perdo più di quanto guadagno?
Capirsi richiede tempo e osservazione di sé. Non si tratta di giudicarsi, ma di imparare a riconoscere quando la distanza serve e quando invece diventa una difesa automatica.
Questa è una delle più belle domande che nascono quando si inizia a riflettere sugli stili di attaccamento. Quando il sistema di attaccamento si attiva le emozioni possono diventare molto intense. Paura, diffidenza, bisogno di fuga o irritazione possono far sembrare improvvisamente la relazione sbagliata o l’altra persona inadatta. In questi momenti è facile confondere l’attivazione emotiva con una valutazione lucida della relazione. Una differenza spesso emerge nel tempo. Quando la sensazione di incompatibilità nasce soprattutto nei momenti di forte vicinanza o vulnerabilità, può essere legata all’attivazione dell’attaccamento.
Al contrario, le vere incompatibilità tendono a restare riconoscibili anche quando le emozioni si calmano. Riguardano valori profondi, bisogni fondamentali cioè priorità personali, o modi molto diversi di vivere la relazione.
Molte persone scoprono che ciò che inizialmente sembrava una incompatibilità insuperabile era in realtà una paura intensa della vicinanza. Altre volte invece la riflessione porta a riconoscere differenze reali. Per questo può essere utile non prendere decisioni definitive nei momenti di maggiore attivazione emotiva. Ed essere gentili con sé stessi. Stai cercando di risolvere difficoltà che non hai mai scelto, e occorre testa ma anche cuore, altrimenti si gira in tondo.
Per chi vive uno stile timoroso evitante, la fiducia nella stabilità del legame può essere fragile. Perché nei momenti più importanti della tua vita, cioè quando non eri che un bambino piccolo, è ciò che hai conosciuto vissuto e imparato. Mettere alla prova l’altro può diventare un modo, spesso inconsapevole, per cercare una conferma. Vedere se la persona resta, se reagisce, se dimostra davvero di tenere alla relazione. Questo può avvenire in modi diversi. A volte con provocazioni, altre con distanza improvvisa, chiusure, ultimatum, richieste irragionevoli. Il problema è che questi test spesso generano proprio ciò che si teme. In psicologia li chiamiamo “cicli interpersonali”, cioè convinzioni, atteggiamenti e comportamenti che avverano proprio gli scenari temuti che si vorrebbero scongiurare. L’altra persona può sentirsi confusa, ferita o respinta, e la relazione può diventare più instabile.
In molti casi il bisogno che sta sotto questi comportamenti non è manipolazione, ma il desiderio di sentirsi finalmente sicuri nel legame. Ma attraverso continui test è più facile perdere l’altro che trovare sicurezza, perché subire continui test che sicurezza concede all’altro? Imparare a riconoscere questo bisogno e a esprimerlo in modo più diretto può aiutare a uscire da queste dinamiche. Non è un cambiamento immediato, ma con il tempo diventa possibile sostituire i test con forme più chiare di comunicazione e fiducia.
Le persone con attaccamento timoroso evitante possono amare profondamente, eccome. Il problema non riguarda la capacità di provare affetto o coinvolgimento, ma la difficoltà di sentirsi al sicuro dentro la relazione. Il desiderio di connessione può essere molto forte. Molte persone con questo stile sono sensibili, attentissime al legame, capaci di empatia e di grande coinvolgimento emotivo. La difficoltà nasce quando la relazione diventa importante. In quei momenti possono attivarsi paura di dipendere troppo, timore di essere feriti, oppure la sensazione di non poter davvero fidarsi. Questo può generare oscillazioni emotive, cioè momenti di forte vicinanza alternati a fasi di chiusura o distanza.
Non significa che l’amore non sia reale.
Significa che l’intimità può attivare paure profonde legate alla storia relazionale della persona.
Con il tempo, attraverso esperienze relazionali più sicure e un buon percorso terapeutico, queste paure possono ridursi, diventare più comprensibili e gestibili.
Sì è certamente possibile, lo stile di attaccamento non è una condanna. Oltre alla mia esperienza clinica, molte ricerche mostrano chiaramente come nel corso della vita le persone possono sviluppare forme di maggiore sicurezza relazionale, soprattutto quando incontrano relazioni affidabili o quando iniziano a comprendere meglio i propri schemi emotivi. Le ricerche non sono solo ricerche, non sono solo dati. Sono numeri, è vero, ma riflettono percorsi sofferti, sudati e infine a volte felici, di persone seguite in percorsi importanti, che nel tempo sono stati più volte rivalutati con strumenti obiettivi.
Questo processo non avviene dall’oggi al domani. Richiede impegno, consapevolezza e la possibilità di vivere relazioni in cui la vicinanza non venga vissuta come una minaccia. A poco a poco il sistema di attaccamento può imparare qualcosa di nuovo. Che la vicinanza non porta necessariamente al dolore, e che la fiducia può essere costruita nel tempo. In questo senso, la sicurezza non è solo un tratto di personalità. Può diventare un’esperienza relazionale che si sviluppa gradualmente.
Quando si è abituati a relazioni instabili o emotivamente imprevedibili, la stabilità può inizialmente sembrare insolita. Una persona con attaccamento sicuro tende a essere coerente, chiara nelle intenzioni, disponibile nel rapporto. Per chi ha vissuto relazioni più ambigue o imprevedibili, questa stabilità può sembrare quasi troppo tranquilla. Noiosa? Strana? All’inizio può esserci una sensazione di estraneità, è vero. Alcune persone descrivono il partner sicuro come meno intenso, e il legame come troppo facile, piatto. Con il tempo però molti scoprono qualcosa di diverso. La stabilità non è mancanza di emozione, ma uno spazio in cui l’intimità può crescere senza essere continuamente minacciata dall’incertezza. Ma di certo questo non significa che ogni relazione con una persona sicura funzionerà automaticamente. Ma spesso rappresenta un contesto in cui diventa più possibile sviluppare fiducia e sicurezza emotiva.
Il conflitto può essere particolarmente difficile da tollerare. In molte persone con attaccamento timoroso evitante il conflitto attiva rapidamente paura di perdita, rifiuto o abbandono. Anche discussioni relativamente normali possono essere vissute come segnali che la relazione sta per rompersi. Questo può portare a reazioni diverse. Alcuni cercano subito di ristabilire l’armonia, temendo che il legame sia in pericolo. Altri invece si chiudono, prendono distanza o diventano molto cauti nel mostrarsi emotivamente. Spesso non è il conflitto in sé a essere così difficile, ma la sensazione che il legame non sia abbastanza sicuro da reggerlo.
Quando la relazione diventa più stabile e prevedibile, molte persone scoprono che il conflitto può essere affrontato senza mettere continuamente in discussione l’intero rapporto.
Il sistema di attaccamento non riguarda solo pensieri e emozioni. Coinvolge anche il corpo. Quando la relazione diventa molto importante o emotivamente intensa, il sistema nervoso può attivarsi come se fosse di fronte a una minaccia. Questo può generare tensione muscolare, agitazione, difficoltà a respirare profondamente, oppure sensazioni allo stomaco come chiusura o nausea. In quei momenti l’impulso di prendere distanza può diventare molto forte. Non necessariamente perché la relazione non sia desiderata, ma perché il corpo sta reagendo a un livello di vulnerabilità che percepisce come rischioso. Comprendere che queste reazioni sono parte di un sistema di protezione può aiutare a non interpretarle subito come segnali che la relazione sia sbagliata. Con il tempo e con relazioni più sicure, il corpo può imparare gradualmente a tollerare meglio la vicinanza emotiva.
Molte persone con attaccamento timoroso evitante riconoscono questo passaggio. Dopo momenti di grande vicinanza emotiva o fisica può emergere una sensazione di vulnerabilità molto forte. Essersi mostrati vulnerabili può far nascere improvvisamente paura, imbarazzo o il timore di aver dato troppo. Il sistema di difesa può allora attivarsi per ristabilire una certa distanza emotiva. La persona può sentirsi improvvisamente più fredda, distaccata o confusa rispetto a ciò che provava poco prima. Questo cambiamento può essere disorientante sia per sé stessi sia per il partner.
In molti casi non significa che l’intimità fosse falsa o forzata. Piuttosto indica che la vicinanza ha attivato un livello di vulnerabilità che il sistema emotivo sta ancora imparando a tollerare. Con maggiore consapevolezza e con relazioni affidabili, queste oscillazioni possono diventare meno intense e più comprensibili.
Non sono esattamente la stessa cosa, ma sono decisamente collegati. Lo stile di attaccamento timoroso evitante tende a svilupparsi quando le relazioni di accudimento sono state, per il bambino, allo stesso tempo importanti e fonte di paura o confusione. Il caregiver può essere stato imprevedibile, spaventato, spaventante oppure emotivamente non disponibile nei momenti di bisogno. In queste situazioni il sistema di attaccamento del bambino si trova in una posizione paradossale: la figura da cui dovrebbe ricevere protezione è anche la fonte di una parte della paura. Nel tempo questo può lasciare una traccia nel modo in cui la persona vive la vicinanza nelle relazioni adulte. Il desiderio di connessione resta forte, ma può convivere con diffidenza, ipervigilanza o paura di essere feriti. Non tutte le persone con attaccamento timoroso evitante hanno vissuto eventi traumatici evidenti o drammatici. A volte si tratta piuttosto di esperienze ripetute di neglect genitoriale, confusione emotiva, incoerenza o mancata sintonizzazione nelle relazioni importanti. Ciò che chiamiamo trauma complesso.
Si ma parliamo di due concetti che appartengono a livelli diversi, che spesso mi rendo conto vengono facilmente sovrapposti. L’attaccamento riguarda i propri modelli interni (non la personalità), e il modo in cui le persone si organizzano emotivamente nelle relazioni. È un modello relazionale, non una diagnosi clinica.
Il disturbo borderline di personalità è invece una condizione clinica più complessa che coinvolge diversi aspetti del funzionamento psicologico, come regolazione emotiva, identità, impulsi e relazioni interpersonali. Alcune ricerche hanno osservato che nelle persone con disturbo borderline può essere presente più frequentemente un attaccamento disorganizzato o timoroso evitante. Molte persone che si riconoscono nello stile timoroso evitante non hanno alcun disturbo di personalità. Stanno semplicemente cercando di comprendere meglio il proprio modo di vivere l’intimità e la fiducia nelle relazioni. Distinguere questi livelli può aiutare a evitare interpretazioni troppo allarmanti o poco utili se non svianti.
Lo stile di attaccamento non è immutabile. Tutti noi possediamo inoltre modelli multipli, di cui uno domina sugli altri. Nel corso della vita il modo in cui viviamo le relazioni può evolvere, soprattutto quando incontriamo esperienze relazionali più affidabili e prevedibili. Relazioni significative, amicizie profonde, partner stabili o percorsi terapeutici possono contribuire a sviluppare una maggiore sicurezza emotiva. Questo cambiamento non avviene cancellando la propria storia. Piuttosto significa integrare nuove esperienze relazionali che modificano gradualmente il modo in cui il sistema di attaccamento reagisce alla vicinanza. Molte persone scoprono che con il tempo diventano più capaci di tollerare l’intimità, di riconoscere le proprie paure e di costruire relazioni più stabili. La sicurezza non è solo qualcosa con cui si nasce. Spesso è qualcosa che si costruisce nel tempo attraverso relazioni che permettono di fare esperienza di fiducia.
Questa è la domanda che quasi sempre mi viene posta all’inizio di ogni percorso centrato sullo stile di attaccamento, e a buona ragione. Anche nei miei occhi di studente, molti anni fa, la teoria dell’attaccamento appariva come una grande speranza. Perché parla con le parole di ognuno di noi. Ci vede, risuona. Molte persone leggendo di attaccamento riconoscono qualcosa di sé con una chiarezza sorprendente. La paura della vicinanza, il bisogno di essere rassicurati, la tendenza a prendere distanza quando la relazione diventa importante. Tutti quei movimenti interiori che leggendo degli stili di attaccamento, improvvisamente trovano un nome.
Insomma succede qualcosa che non sempre accade con altre teorie psicologiche. Le persone si riconoscono davvero. E questo spesso le aiuta a comprendere meglio sé stesse, l’altro e le relazioni che vivono.
Ci avvicina più facilmente a dove tutto è iniziato. Aiuta a guardare alla propria storia con maggiore comprensione, a cogliere il valore di ciò che comunque si è avuto e di ciò che siamo oggi. E può aiutare a seguire una direzione più positiva, iniziando o tornando a costruire una vita più serena e gratificante.
Ma tornando alla domanda più importante, spesso suona più o meno così: ok, ho capito la teoria dell’attaccamento, gli stili, tutto mi torna… ma se funziona davvero così, si può cambiare?
La risposta breve è sì, è possibile nel tempo iniziare a vivere le relazioni poggiandosi su modelli più sicuri.
Spesso, accanto ai modelli insicuri che oggi dominano l’esperienza, ciascuno di noi ha già costruito anche tracce di modelli più sicuri nelle proprie relazioni. A volte si tratta anche solo di una relazione significativa, magari lontana o non sempre presente, ma comunque importante. Queste esperienze e parti sicure del proprio modelo interno possono essere richiamate e rafforzate nel tempo della terapia. In altri casi nuovi modi di stare nelle relazioni possono essere costruiti qui e ora, passo dopo passo, e progressivamente allenati.
Perché la vita è anche apprendimento. Continuiamo sempre a imparare modi di stare nelle relazioni, modi di proteggerci dal dolore e, talvolta, modi di avvicinarci a ciò che ci fa stare meglio. In terapia non si può cancellare la propria storia o diventare improvvisamente un’altra persona. Ma si possono ridurre progressivamente quelle sensazioni, pensieri e tendenze che oggi complicano la vita relazionale. Nel lavoro terapeutico questo avviene spesso in modo graduale. La persona inizia a riconoscere meglio i propri movimenti interni, il desiderio di vicinanza, la paura che può comparire subito dopo, la tendenza a prendere distanza quando la relazione diventa importante. Con il tempo questi schemi possono diventare meno automatici, meno dominanti. E assieme a questo il corteo di sensazioni già corporee, pensieri, e allora comportamenti.
Anche la ricerca scientifica mostra che gli stili di attaccamento non sono immutabili. Studi longitudinali e meta-analisi mostrano che nel corso della vita una parte significativa delle persone sviluppa cambiamenti nel modo di vivere la vicinanza e la fiducia nelle relazioni. Studi su ampi campioni di persone di età e provenienza diversa hanno mostrato come in terapia sia possibile intevenire in modo efficace sullo stile di attaccamento (Fraley, 2002; Fraley & Roisman, 2019; Taylor et al., 2014). In queste ricerche non ci sono solo numeri. Ci sono persone reali e percorsi terapeutici i cui cambiamenti sono stati osservati e misurati nel tempo.
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