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Psicologo per il Disturbo Evitante di Personalità Roma Balduina e Online.

Il percorso di psicoterapia per il disturbo evitante di personalità

a Roma Balduina e Online

In questa pagina trovi informazioni scientificamente aggiornate sul disturbo evitante di personalità e su come la psicoterapia possa esserti d’aiuto. Potrai orientarti meglio su come lavoro, e capire se un primo colloquio può esserti utile in questo momento.

Non è paura, è il gelo di sempre.
È un corteo di timori silenziosi e ingombranti,
di sensazioni che ritraggono il corpo anche quando la mente vorrebbe andare.
È quella voce che mormora meglio lasciar perdere, meglio non dire o non fare.
È una zona grigia in cui nulla cambia, e non rimane che esistere a metà.

Mentre voglia vivere ce n’è, e molta.
Ma è un vivere come se ogni gesto fosse già sbagliato,
rischioso e senz’altro faticoso.  
Come se non ci fosse spazio per ciò che senti davvero, quindi per te.
E allora impari a restare dove nessuno può vederti, 
che a volte diventa dove nessuno può trovarti.

Vedo la fatica che fai per defilarti al momento giusto.
Vedo le vecchie sensazioni che ti tengono in ostaggio.
Vedo la dignità del tuo silenzio.
Ma vedo anche la speranza,
che sai bene di poter portare con te.

Come si manifesta il disturbo evitante di personalità?

Vivere con un Disturbo Evitante di Personalità (DEP) significa abitare una zona di confine. Il legame è desiderato e temuto al tempo stesso. Si cerca calore umano, accettazione sincera, appartenenza. Ma prevale il timore che l’incontro riveli la propria inadeguatezza o inaccettabile diversità, che porterà inevitabilmente all’esclusione.

Una donna tra le folla, illuminata da un fascio di luce nel vagone di una metropolitana. Metafora del senso di diversità e non appartenenza che caratterizza il disturbo evitante di personalità.Assieme a un’immagine negativa di sè, nell’esperienza dell’evitante l’altro viene anticipato come generalmente giudicante, critico. Si tratta di rappresentazioni e dunque vissuti automatici, in diverso grado sempre presenti come filtro interpretativo con cui leggere le relazioni. Esporsi significa allora rinnovare ferite che si sono puntualmente riaperte più volte. Anche nei legami più intimi non si è mai consolidato quel senso di appartenenza che ne avrebbe sostenuto la continuità. Si è imparato nel tempo che la vicinanza genera comunque dolore. Che ogni relazione significativa rivelerà prima o poi la propria inadeguatezza, passando per la critica e concludendo nell’esclusione.

Nelle relazioni e nel sociale in genere, il proprio panorama interno viene filtrato da stati mentali tipici di esclusione e non condivisione automatici e largamente inconsapevoli. Scatole nere in cui la propria mente transita, dove pulsano pensieri come “non sarò all’altezza e tutti lo vedranno; sono troppo diverso dagli altri; non ho nulla a che spartire con loro”. Emozioni come l’imbarazzo e la vergogna in alcune situazioni si traducono in acute e spiacevoli sensazioni fisiche. In questo contesto l’evitamento è una strategia appresa, una forma di protezione dal dolore relazionale.

Secondo i criteri diagnostici del DSM-5, il disturbo evitante di personalità si riconosce dalla presenza di almeno quattro dei seguenti aspetti..
  • Disturbo evitante di personalità

    Evitamento di attività lavorative o sociali per il timore della critica o rifiuto

    Chi convive con il Disturbo Evitante di Personalità tende ad allontanarsi da tutte quelle situazioni in cui sente che potrebbe essere valutato o giudicato. Non si tratta di disinteresse, spesso c’è anzi un forte desiderio di partecipare, appartenere, sentirsi parte di un gruppo. Ma a prevalere è la paura che qualcosa di sé venga criticato o deriso.

    Uomo a disagio mentre tenta di parlare davanti a un gruppo, l'immagine evoca le difficoltà tipiche del Disturbo evitante di personalità evitamento nelle attività lavorative e socialiL’emozione centrale è la vergogna: un dolore acuto che nasce dal sentirsi inadeguati agli occhi altrui. Anche contesti quotidiani e all’apparenza innocui, come una riunione, una conversazione informale o un pranzo tra colleghi, possono trasformarsi in campi minati. La persona desidererebbe partecipare, esprimersi, vivere, ma sente il rischio essere troppo alto.

    Quando lo stress cresce aumenta anche lo stato di allerta interno. Si osservano i propri comportamenti con occhio severo, si immaginano giudizi taglienti, si prevedono scenari di umiliazione. E così, nel dubbio, meglio defilarsi. L’evitamento può essere evidente ad esempio nel non partecipare a una riunione, ma spesso è più sottile e accuratamente mascherato. Restare in silenzio, assentarsi con la mente, fingere di essere occupati, delegare.

    L’obiettivo, quasi sempre, è ridurre il rischio di imbarazzo o vergogna. Ma il costo si paga attraverso l’isolamento e la conferma dolorosa di essere diversi.

  • Disturbo evitante di personalità

    Difficoltà a lasciarsi coinvolgere se non si è certi di essere accettati

    La persona con DEP desidera il contatto umano, ma fatica a concedersi alla relazione se non ha la certezza di essere apprezzata così com’è. Questo non significa che non sappia essere gentile o disponibile, al contrario spesso tende a mostrarsi amabile e eccessivamente accomodante per scongiurare il rifiuto. Ma quando si tratta di entrare davvero in relazione e mostrarsi per ciò che si è, il passo diventa difficile, quasi impossibile.

    Donna da sola in casa mentre guarda fuori dalla finestra, l'immagine evoca il senso di esclusione rifiuto tipico nel Disturbo evitante di personalitàLa paura che l’altro possa giudicare, rimanere deluso o allontanarsi è così intensa da condurre spesso a una forma di auto-esclusione iperprudenziale. “A Marco sembro piacere, ma sembra così a suo agio fra le persone. Deve avere molti amici, una vita piena. Non potrei mai stare al passo, vedrebbe subito quanto sono diversa e si stancherebbe. Meglio tenerlo a distanza”. Il coinvolgimento affettivo o sociale diventa allora una soglia difficile da varcare, nonostante il desiderio profondo di farlo. Spesso la persona evita il contatto proprio con coloro che più le interesserebbero, perché è lì che il rifiuto farebbe più male.

    Questa forma di evitamento selettivo rinforza la solitudine e il senso di diversità. Ogni rinuncia, una nuova prova del fatto che gli altri vanno bene, io no.

  • Disturbo evitante di personalità

    Difficoltà ad aprirsi anche nelle relazioni più strette, per il timore di essere umiliato o ridicolizzato

    Anche quando una relazione riesce a superare il muro iniziale dell’evitamento, la persona con disturbo evitante tende a mantenere una certa distanza emotiva. Mostrarsi davvero per ciò che si è, nelle naturali fragilità, desideri o bisogni, viene vissuto come un rischio troppo grande perché porta con sé la possibilità di essere ridicolizzati, sminuiti o fraintesi.

    Per proteggersi da questa minaccia la persona cerca di apparire più forte o indipendente di quanto si senta. Ma come osservano Dimaggio e colleghi (2013), questa strategia può alimentare un senso di costrizione, rabbia o impotenza, e nei momenti critici sfociare nel ritiro o nella rivalsa.

  • Disturbo evitante di personalità

    Timore persistente di essere criticati o rifiutati nelle situazioni sociali

    Per chi vive con un disturbo evitante, le situazioni sociali non sono mai davvero neutre. Anche un commento scherzoso o un tono meno accogliente del solito può essere vissuto come una critica personale, una forma sottile di esclusione o disapprovazione.

    Una donna si allontana dal proprio gruppo con il viso triste, l'immagine evoca i timori tipici di essere criticati e il senso di disagio nelle situazioni gruppaliQuesto timore costante può portare a due strategie frequenti. Da un lato, l’evitamento, in cui la persona rinuncia del tutto a situazioni sociali o le affronta con grande disagio. Dall’altro, un’atteggiamento eccessivamente attento e accomodante, che ha lo scopo di evitare qualsiasi motivo di critica. Il risultato è in entrambi i casi la grande fatica di vivere il sociale, insoddisfazione, e un senso crescente di solitudine.

  • Disturbo evitante di personalità

    Inibizione marcata nelle nuove situazioni sociali, per timore di apparire inadeguati


    Chi soffre di Disturbo Evitante di Personalità entra in ogni nuova situazione relazionale con la certezza di non essere abbastanza. Non abbastanza brillante, interessante, capace, o semplicemente adatto a quel contesto. Il contatto con persone nuove attiva uno stato di tensione anticipatoria fatto di autocontrollo rigido, osservazione continua di sé e paura di esporsi. Il problema non è tanto l’altro quanto lo sguardo su di sé, e il pensiero che insiste sull’auto osservazione: Come sto apparendo? Sto dicendo qualcosa di stupido? Capiranno che sono a disagio? Mi giudicheranno per questo? È importante considerare che il disturbo d’ansia sociale esprime diversi nuclei problematici sin’ora visti, e non a caso in letteratura viene visto in continuità con il disturbo evitante.

    Questo incessante dialogo interno consuma energia e spontaneità, trasformando ogni interazione in una prestazione da superare senza errori. Anche in ambienti accoglienti la persona con DEP può apparire distante o fredda. In realtà, è bloccata nella lotta tra il desiderio di connettersi e il timore di essere riconosciuta come inadatta.
  • Disturbo evitante di personalità

    Si considera socialmente inetto, non attraente o inferiore agli altri

    Molte persone con disturbo evitante si percepiscono come meno interessanti, brillanti, meno degne di amore e interesse rispetto agli altri. Non sono all’altezza, e prima o poi se ne accorgeranno.

    A volte questa convinzione è esplicita. Ci si sente impacciati, goffi, inadatti al contesto sociale. Altre volte è più sottile e si manifesta nonostante buone competenze relazionali. In questi casi, accade in realtà che la persona si impone standard così elevati, che il solo mostrarsi imperfetti coincide con una perdita di valore agli occhi altrui, dunque con il fallimento. Il confronto (reale o immaginato) alimenta una costante sensazione di inferiorità, che porta a domandarsi se esista davvero un posto in cui poter essere sé stessi, senza sentirsi fuori posto.


    Come mette in luce da Kantor (2003), si tratta di forme di disturbo evitante ad alto funzionamento, in cui la persona mantiene una vita sociale attiva e competente, ma a prezzo di un profondo distacco emotivo e di un rigido perfezionismo relazionale. Anche Dimaggio (2015) sottolinea come questo assetto si accompagni spesso a uno sforzo costante di controllo interpersonale, per scongiurare l’esperienza temuta di esclusione o vergogna.

  • Disturbo evitante di personalità

    È riluttante a correre rischi personali o a impegnarsi in nuove attività perché ciò può rivelarsi fonte di imbarazzo

    Nel Disturbo Evitante di Personalità il rischio non è solo una sfida, è una minaccia al proprio senso di dignità. Anche esperienze desiderate come un nuovo lavoro, un viaggio, un’opportunità affettiva o creativa, possono essere evitate per il timore del giudizio o la vergogna.

    Anche il successo può apparire spaventoso, perché porta con sé una maggiore esposizione, più responsabilità, nuove possibilità di sbagliare. Così il timore dell’imbarazzo congela l’azione, la prudenza diventa paralisi, e la zona di sicurezza si restringe fino a lasciare fuori proprio ciò che potrebbe arricchire la vita o disconfermare le vecchie convinzioni.

    Young et al. (2003), definiscono l’evitamento come una trappola cognitiva ed emotiva, sostenuta da schemi di vergogna, difettosità e inadeguatezza, che spingono la persona a evitare qualsiasi esperienza che possa potenzialmente compromettere il proprio valore personale.

Test Online

Se vuoi, svolgi il test sul disturbo evitante di personalità per avere delle prime indicazioni. Per un uso etico, ricorda che un singolo test in nessun modo costituisce diagnosi. Solo un confronto con un professionista può fornire una diagnosi valida, e adeguate indicazioni per il trattamento.

Convivere con il disturbo evitante di personalità (DEP)

Vivere con il disturbo evitante di personalità significa affrontare ogni giorno una tensione costante tra il desiderio di relazione e la paura di esporsi. Chiedersi mille volte se si è detta la cosa giusta, o tentare in ogni modo di disinteressarsi di sé già negli aspetti concreti della propria routine (lavoro, sostenibilità economica, relazioni). Sorridere mentre dentro si prova vergogna. Desiderare profondamente un contatto ma non sapere sostenere alcuni sguardi senza sentirsi scoperti, fragili, sbagliati.

Nel lavoro si tende a scegliere ruoli di minor responsabilità, anche se si hanno competenze superiori. Nelle relazioni si resta sullo sfondo, pronti a ritrarsi quando non si percepisce l’altro come non interessato. Si finisce per costruire una vita cauta, in cui i propri reali bisogni vengono rimandati o ridimensionati.

Uomo solo che guarda dalla finestra di casa, l'immagine evoca l'isolamento sociale tipico del disturbo evitante di personalitàNel tempo solitamente emerge una dolorosa consapevolezza. Si capisce tutto, si sa da dove arriva quel dolore, si intuisce perfino cosa sarebbe necessario fare. Eppure non ci si muove. E allora l’autocritica, da sempre feroce mostra i denti.
“Sei tu che scegli ogni giorno questo vuoto”
“È colpa tua se sei rimasto indietro, avevi ogni possibilità”
“Te la sei proprio cercata. Sei inutile, incapace, un fallito”
“E non cambi nemmeno adesso. Meriti tutto questo”.

È un dialogo interiore implacabile, che giudica e punisce anche il fatto stesso di soffrire. Si può arrivare a convincersi che il tempo perduto segni già la parola fine, perché certe possibilità non torneranno mai più. La vita può diventare una cronaca silenziosa delle occasioni mancate, delle scelte evitate, delle parti di sé perse per sempre.

Quali sono le cause del disturbo evitante di personalità?

Le cause del disturbo evitante di personalità sono complesse, circolari, e riguardano l’interazione tra fattori relazionali, esperienze precoci e caratteristiche individuali. La letteratura scientifica concorda in modo chiaro sul ruolo significativo che occupano le prime relazioni del contesto familiare nello sviluppo del disturbo evitante di personalità.

Indice puntato contro una bambina piccola che piange, a ricordare alcuni dei vissuti coinvolti nel disturbo, ai quali l'evitante si è nel tempo sensibilizzato.A volte si cresce in ambienti critici, svalutanti, dove ogni tentativo di libera espressione viene di fatto corretto, ridicolizzato o semplicemente ignorato. Altre volte c’è un’iperprotezione che traduce il mondo come troppo pericoloso, e il bambino come inadatto ad affrontarlo. In entrambi i casi in queste famiglie sembra ricorrere un’attenzione centrata sulla buona immagine, regole di comportamento non sempre appropriate rispetto all’età, e standard elevati e rigidi. il messaggio implicito che facilmente rimanda è; “così come sei non vai bene”. Forme di trauma relazionale che è stato solo negli ultimi decenni studiato in modo più sistematico.

Lungo lo sviluppo queste modalità educative contribuiscono a generare un’immagine negativa di sé e della relazione, che non rappresenta mai un porto sicuro né una risorsa. Meglio non esporsi, meglio non chiedere, meglio restare in disparte. In questo articolo puoi approfondire le cause del disturbo evitante di personalità, e gli aspetti noti in letteratura, legati al contesto di sviluppo. 

Un ambiente precoce invalidante o iperprotettivo favorisce questi aspetti di trauma complesso, ai quali possono sommarsi tratti temperamentali come l’introversione o una particolare sensibilità al giudizio e alla valutazione sociale.

Il disturbo evitante di personalità nelle relazioni

Nel disturbo evitante di personalità, le relazioni rappresentano spesso il punto di maggiore sofferenza, perché il desiderio di vicinanza emotiva e intimità si intreccia con la paura del giudizio, del rifiuto e dell’esposizione. C’è un forte desiderio di guadagnare un’intimità possibile, ma è come se l’altro fosse sempre troppo vicino o troppo lontano. Ogni gesto può facilmente essere frainteso, ogni silenzio interpretato come disinteresse, ogni appunto come critica inaccettabile.

L'immagine evoca gli stati mentali e i coping tipici del Disturbo evitante di personalità nelle relazioni sentimentaliPer difendersi da questo continuo rischio la persona sviluppa strategie relazionali raffinate ma faticose. Resta in secondo piano, si adatta, anticipa le esigenze altrui, sorride quando non ne avrebbe voglia. In breve cerca di controllare la relazione; una tendenza che non nasce da velleità di dominio, ma dalla paura che l’altro si accorga della propria presunta inadeguatezza, inferiorità o fragilità. Che, come ci si anticipa, la relazione si concluda nello sguardo stanco dell’altro, e in un passo indietro.

Nelle relazioni di coppia e in amore, il disturbo evitante di personalità porta a cicli interpersonali tipici che si verificano anche nelle amicizie e nei contesti professionali, rendendo difficile sperimentare un naturale senso di appartenenza, fiducia e reciprocità. Se vuoi addentrarti ancora di più nella forma del legame nel DEP, e ciò che la origina, ti interesserà approfondire lo stile di attaccamento evitante nella relazione sentimentale.

Fonti bibliografiche

Clark, D. M., & Wells, A. (1995). A cognitive model of social phobia. In R.G. Heimberg et al. (Eds.), Social phobia: Diagnosis, assessment, and treatment (pp. 69–93). New York: Guilford Press.

Dimaggio, G., Fiore, D., Salvatore, G., Azzara, C., & Popolo, R. (2015). Metacognitive interpersonal therapy for co-occurring avoidant personality disorder and substance abuse: A case study. Journal of Clinical Psychology, 71(2), 157–166.

Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., & Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore

Kantor, M. (1987). Distancing: Avoidant Personality Disorder. New York: Praeger

Wells, A. (1997). Cognitive therapy of anxiety disorders: A practice manual and conceptual guide. Chichester: Wiley.

Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema therapy: A practitioner’s guide. New York: Guilford Press.

La psicoterapia per il disturbo evitante di personalità

La psicoterapia per il disturbo evitante di personalità aiuta a comprendere e modificare i meccanismi che mantengono l’evitamento, la paura del giudizio e il senso di inadeguatezza nelle relazioni.

Tu sai già come va, lo sai da sempre.
Sai che quando ti avvicini a qualcuno poi senti che è troppo. Sai che quando entri in relazione ti giudichi più di chiunque altro al mondo. Sai che anche quando vorresti fidarti, qualcosa ti riporta indietro. Come un futuro già scritto, che assomiglia troppo al passato.

Ma puoi disilluderti su una cosa in più.
Semmai lo fossi stato, non sei più tu il vero problema.
È la solitudine che hai vissuto in questo film,
e le cose che hai imparato a fare per riuscire a starci dentro. 
È un vecchio dolore che ormai ha imparato a parlare con la tua voce,
a muoversi con i tuoi pensieri,
e decidere per te.

Se non riesci a cambiarlo da solo, non è perché ormai sei così. È difficile per chiunque cambiare copione. Hai bisogno di iniziare da una nuova scena. Di qualcuno che resti quando ti ritrai. Di uno spazio sicuro in cui veramente poter provare, sbagliare, tornare indietro e riprovare ancora. Non solo della giusta terapia, ma di una relazione in cui imparare a poter essere te stesso.

E nel tempo qualcosa cambia davvero. La voce dentro di te inizia a farsi meno severa. I gesti che evitavi diventano prima pensabili, e poi realizzabili. Ti accorgi che alcune spiacevoli sensazioni anche corporee diminuiscono, che puoi stare nel legame senza perderti né dover dimostrare nulla. E dopo tanto tempo si riscopre cosa significa non sentirsi più fuori posto. Non perché hai imparato a sembrare qualcosa in più, ma perché inizi a sperimentare nella relazione, e nelle relazioni, qualcosa che assomiglia sempre più a te stesso. Inizi a riconoscerti, e sentirti più comodo, possibile e adeguato. Proprio così come sei.

Sarà graduale, non sempre facile, ma certamente reale. Puoi dare uno sguardo ad alcuni momenti del percorso, approfondendo il trattamento e la cura del disturbo evitante di personalità. Se ti riconosci in queste difficoltà inizia il tuo percorso, non affrontare tutto da solo.

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Le tue domande frequenti

Come posso capire se ho un disturbo evitante di personalità o solo tratti evitanti?

A tutti può capitare di evitare situazioni sociali o sentirsi inadeguati. Il disturbo evitante si riconosce però per la costanza e l’intensità di questi vissuti, che limitano significativamente la vita personale, relazionale o lavorativa. Se ti riconosci nella sensazione di “non avere un posto”, o vivi spesso una tensione interna tra desiderio di vicinanza e paura del contatto emotivo o dell’esposizione, potrebbe essere utile parlarne con un professionista.

Non vedo disponibilità in calendario, cosa posso fare?

In alcuni periodi potresti non trovare immediata disponibilità in calendario, ma non significa che per l’intero mese o nel mese a venire non vi sarà spazio. Nuove disponibilità tornano di solito accessibili entro pochi giorni o settimane. Nel caso, ti suggerisco quindi di controllare durante i giorni a venire.

Se desideri ricevere informazioni più precise sui tempi di attesa, o hai ricevuto indicazione di terapia presso di me da un servizio territoriale, ente o specialista, sentiti nella possibilità di scrivermi usando WhatsApp come canale privilegiato. Non appena potrò sarà mia cura risponderti.

Si può davvero cambiare se si è evitanti da sempre?

Sì. Anche se la personalità ha radici profonde, la terapia può aiutarti a riconoscere i meccanismi che ti fanno sentire bloccato e a costruire modi nuovi e più sicuri di stare nelle relazioni. Il cambiamento è possibile, non perché si diventa altro, ma perché si impara che esistono altri modi di stare in relazione già con sé stessi.

Il disturbo evitante di personalità si può guarire?

Il disturbo evitante di personalità non scompare improvvisamente, ma può certamente essere modificato in modo significativo nel tempo. Questo nel concreto significa riguadagnare un’immagine di sé realistica e generalmente positiva, ridurre o eliminare la tendenza all’evitamento, la sensibilità al giudizio, e le sensazioni corporee che ostacolano a priori un’esperienza naturale dei diversi contesti di vita. Occore motivazione e perseveranza, ma non è la Siberia. La terapia non è costrizione, è gradualità e continuità. Dando per scontato la competenza specialistica del terapeuta, tutto ciò assieme a una buona relazione terapeutica, nella mia esperienza sono fra i fattori più importanti nel buon esito del trattamento psicoterapeutico.

La psicoterapia porta competenza su di sé, e integra abilità sia a livello psicologico che comportamentale. Aiuta ad esempio a riconoscere i meccanismi che mantengono l’evitamento, a sviluppare nuove modalità di stare nelle relazioni, e a ridurre la paura del giudizio. Con un percorso adeguato la persona generalmente sperimenta un cambiamento reale e importante nella qualità del proprio vivere quotidiano, nelle relazioni e in ambito professionale.

È vero che chi ha un disturbo evitante non vuole relazioni?

Questa è un’idea, o piuttosto un timore, che spesso mi arriva nei percorsi di coppia. La risposta breve è no, al contrario. La persona con DEP desidera profondamente relazioni autentiche, ma teme di essere ferita, esclusa o giudicata se si mostrasse per com’è. Inoltre è vittima di abitudini, che sono sia mentali che comportamentali, e riguardano sia l’immagine di sé, che dell’altro, e delle relazioni.

Ciò rende difficile aprirsi o talvolta mantenere un legame, ma in prima istanza non per mancanza di desiderio. Le difficoltà legate anche a questo aspetto, possono però essere affrontate in terapia con gradualità e soddisfazione.

La terapia online è efficace anche per il disturbo evitante?

Sì, in molti casi può essere un primo passo utile. La terapia online offre una cornice protetta che può aiutare la persona a iniziare un percorso con meno ansia. Molti pazienti con vissuti evitanti trovano conforto nella possibilità di gestire l’ambiente, i tempi e la distanza fisica, specie nella fase iniziale. Ciò che conta è la qualità del legame terapeutico, vero motore propulsivo che mobilita il cambiamento.

Qual è la differenza tra disturbo evitante di personalità e ansia sociale?

Il disturbo evitante di personalità e l’ansia sociale condividono la paura del giudizio e dell’esposizione, ma differiscono per profondità e pervasività.

Nell’ansia sociale le difficoltà tendono a riguardare situazioni specifiche, mentre nel disturbo evitante coinvolgono in modo più stabile l’immagine di sé, le relazioni e il senso di identità. In molti casi le due condizioni possono coesistere e influenzarsi reciprocamente. 

Approfondimenti

Se vuoi approfondire alcuni aspetti specifici del disturbo evitante di personalità, qui trovi contenuti dedicati che possono aiutarti a comprendere meglio come funziona e cosa puoi fare. Se stai cercando uno psicologo a Roma Balduina o un percorso di psicoterapia online, puoi avere maggiori informazioni visitando le pagine dedicate.