Non di rado è proprio quando le relazioni iniziano a crollare, o il lavoro si incrina, che si apre una porta sul cambiamento. Spesso è una depressione profonda o un senso di vuoto che si fa insistente, a spingere verso un tentativo. Ciò che un tempo sembrava proteggere, oggi pesa. Quella parte che ha sempre sostenuto tutto, inizia a imporre una tregua. Altre volte il passo verso la terapia nasce da una motivazioni diverse. Gestire degli aspetti emergenti di ansia sociale, problemi legati all’uso di sostanze, esplosioni di rabbia o comportamenti che hanno lasciato ferite in sé e negli altri. Ma in fondo, è sempre lo stesso tema a emergere. Così proprio non va, e forse non è mai andato. Ma come potrei fare diversamente?
Ciò che ostacola davvero l’inizio di un percorso è spesso una convinzione profonda. Nella propria storia di vita si è imparato che mostrarsi vulnerabili equivalga a perdere potere, divenire invisibili, scomparire o perdere l’amore dell’altro. Che chi mostra le proprie ferite venga schiacciato, escluso, ridicolizzato. È una regola appresa in tempi lontani, costruita per sopravvivere in contesti in cui l’aiuto non arrivava, o arrivava a caro prezzo. È difficile cambiare qualcosa che un tempo ha salvato. Ma è possibile iniziare a guardarla, chiedersi se oggi non ci siano condizioni nuove, relazioni nuove, necessità nuove, che chiedono di essere gestite uscendo fuori dagli schemi di sempre.