A volte la sofferenza non ha un nome chiaro.
Non sempre è fatta di parole o gesti che ne rendono evidente il volto,
e spesso nasce in giorni che non fanno troppo rumore,
ma resta lì, sotto la tua pelle.
Un filo rosso sottile, continuo,
che tiene legati pensieri e sensazioni dolorose di te.
Mi sento sbagliato, inutile, inadeguato, debole, rotto, un impostore, sfigato, fallito, diverso.
La tristezza senza motivo, o quel vuoto che si apre anche quando le cose, in teoria, dovrebbero andare bene.
L’ansia indefinita che abita il corpo prima ancora che la mente.
C’è chi convive con una rabbia che non gli appartiene ma lo governa,
rendendo problematiche le relazioni finché l’unico rifugio torna a essere quel silenzio in fondo familiare.
Chi desidera legami profondi ma finisce per cercarli in relazioni che feriscono,
come se l’amore, ormai, non potesse che avere quella destinazione.
C’è chi è stanco di lottare per essere amato.
Chi ha imparato a trattenere tutto, emozioni, bisogni, parole.
Chi mendica affetto anche quando sa che non arriverà.
E chi si accuccia nell’angolo di una stanza,
lasciandosi consumare lentamente dalla vergogna.
Questi e altri vissuti rischiano di rimanere senza significato,
se non incontrano uno sguardo che sappia riconoscerli.
Ripetere l’equivoco che li ha nutriti fino ad ora.
Ma quando questo accade, le cose possono cambiare.
Il dolore può prendere un’altra forma.
Smettere di spaventare, minacciare.
Smettere di rubare la vita.
Questa forma di sofferenza profonda e cronica viene comunemente chiamata
trauma psicologico dell’infanzia, o trauma relazionale.
In ambito clinico è definita trauma complesso, o trauma evolutivo.
Le parole che seguono sono qui per raccontarti cos’è, da dove nasce,
e cosa puoi fare se senti che, in qualche modo, parla anche di te.